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ROMANZO DI UNA STRAGE

Avrebbe sbagliato di grosso Marco Tullio Giordana, animato da ansia di giustizia e da indignazione polemica, ad affrontare le drammatiche vicende del 12 dicembre 1969 (la strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano) con la pretesa di rivelare qualche verità mai detta e probabilmente non dimostrabile. Così come sbaglia ad essere deluso chi se lo aspettava.

Parole chiave: cinema (291)
ROMANZO DI UNA STRAGE

DI FRANCESCO MININNI

Avrebbe sbagliato di grosso Marco Tullio Giordana, animato da ansia di giustizia e da indignazione polemica, ad affrontare le drammatiche vicende del 12 dicembre 1969 (la strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano) con la pretesa di rivelare qualche verità mai detta e probabilmente non dimostrabile. Così come sbaglia ad essere deluso chi se lo aspettava. L'unica strada percorribile, che Giordana ha percorso, era quella della ricostruzione quasi cronachistica, suddivisa in capitoli, tesa e asciutta, mai tesa alla facile commozione o alla rabbia repressa.

Così «Romanzo di una strage», senza reticenze ma anche senza ansia di scoop, rievoca in una sorta di silenzioso dolore gli eventi che quarantatre anni fa dettero il via alla cosiddetta strategia della tensione e prepararono il terreno all'escalation del terrorismo che, venisse da destra o da sinistra, aveva come scopo la destabilizzazione dello Stato. Il quale Stato, d'altronde, non è mai stato esente da colpe: non un generico «Stato», ma quella parte di esso che poteva comunque avere interesse a che le cose cambiassero traumaticamente. L'altro Stato, quello sano, quello nel quale sono da mettere in conto anche le persone comuni, gli elettori, la gente del popolo, ebbe la forza di rispondere e di allontanare una minaccia che, come ben sappiamo, non è mai andata tanto lontana.

Ma Giordana, significativamente, intitola il suo film come uno scritto di Pier Paolo Pasolini («Il romanzo delle stragi») pubblicato nel 1974 sul «Corriere della Sera» e successivamente nell'antologia «Scritti corsari», nel quale il regista/intellettuale/poeta/polemista diceva: «Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. (…) Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi».

Parole pesanti come macigni per chiunque abbia il desiderio di ascoltare, ma forse soprattutto per chi quel desiderio non l'ha mai avuto. Giordana si muove su questa falsariga ponendosi essenzialmente come cronista impietoso ma ragionevolmente moderato e consapevole che qualunque deroga dal binario dell'obiettività condannerebbe il film a una sostanziale inascoltabilità che equivarrebbe al silenzio, quindi all'oblio. Così invece «Romanzo di una strage» rappresenta una piattaforma sulla quale si possano confrontare le voci più disparate, senza che da esso emerga una sola polemica fuori posto, una sola voce più alta delle altre, un solo nome contro il quale puntare il dito per semplice esercizio di tirassegno.

Furono uno o due gli ordigni collocati all'interno della banca? Fu Valpreda o una persona che gli assomigliava molto il latore del pacco? L'anarchico Pinelli cadde dalla finestra o fu spinto dai poliziotti che lo stavano interrogando? I poteri forti dello Stato lavorarono per fare luce sui fatti o per coprire e insabbiare? Il commissario Calabresi, ucciso poco dopo la conclusione dell'indagine, fu a sua volta vittima del meccanismo innescato? Quale fu, su tutta la vicenda, il peso esercitato dai servizi segreti nazionali ed esteri? Giordana non ha la presunzione di dare risposte, salvo quelle che si possono leggere agevolmente tra le righe. Per questo motivo «Romanzo di una strage» si pone come esempio positivo nella lunga tradizione del poliziesco storico/politico italiano senza scadere mai nell'illazione, nella diffamazione, nell'impeto oratorio, nel qualunquismo. Valerio Mastandrea (Calabresi) e Pierfrancesco Favino (Pinelli) si confermano attori capaci di variare a seconda delle necessità del racconto. Ma a colpire davvero è la grande dignità conferita da Fabrizio Gifuni al difficile personaggio di Aldo Moro. «Romanzo di una strage» rilegge la storia facendoci capire che, ora più che mai, si tratta di un libro ancora aperto.

ROMANZO DI UNA STRAGE
di Marco Tullio Giordana. Con Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Omero Antonutti.

ROMANZO DI UNA STRAGE
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