Al cinema
stampa

SHAME

In molti hanno parlato di «Shame» come del film-scandalo di Venezia 2011. Ci viene il sospetto che si sia trattato di una manovra astutamente pubblicitaria, perché la semplice idea che qualcuno possa aver pensato che il regista britannico Steve McQueen (che è un uomo di colore e si chiama proprio così) abbia fatto il film che ha fatto allo scopo di dare scandalo ci lascia quasi di sasso.

Parole chiave: cinema (291)
SHAME

DI FRANCESCO MININNI

In molti hanno parlato di «Shame» come del film-scandalo di Venezia 2011. Ci viene il sospetto che si sia trattato di una manovra astutamente pubblicitaria, perché la semplice idea che qualcuno possa aver pensato che il regista britannico Steve McQueen (che è un uomo di colore e si chiama proprio così) abbia fatto il film che ha fatto allo scopo di dare scandalo ci lascia quasi di sasso. «Shame» è una rappresentazione cruda, con pochissime mezze misure e sicuramente disturbante del gelo che l'uomo costruisce intorno a sé e che poi induce qualcun altro a dire che il mondo è freddo. Ebbene, sappiamo con ragionevole certezza che se il mondo è freddo è perché chi lo abita vuole così.

E sappiamo altrettanto bene che esiste sempre una possibilità di cambiamento che non è societaria, cioè globale, ma rigorosamente individuale. A questo proposito ci sembra interessante ricordare due precedenti che aiutano a capire il film di McQueen. In «Eyes Wide Shut» Stanley Kubrick ha rappresentato il gelo di un mondo affollato di sesso e privo d'amore. Ne «Le conseguenze dell'amore» Paolo Sorrentino ha raccontato la storia di Titta Di Girolamo che, nel momento in cui viene meno al proprio proposito di vivere in isolamento e si apre a un rapporto con il prossimo, non può fare a meno di confrontarsi con scelte morali che lo condurranno a riconquistare la propria dignità e a perdere la propria vita.

Brandon è uno yuppie newyorkese che, pur essendo capace di sentimenti, ha consapevolmente deciso di allontanarli dalla propria esistenza e di vivere unicamente in funzione del sesso. Come via di fuga, come anestetico, come oblio, come baluardo contro il prossimo: fatto sta che il suo negazionismo si esplicita in una lunga serie di rapporti (sempre occasionali) con prostitute, con donne incontrate in un bar o nella metropolitana, con chiunque non metta in campo la possibilità di un coinvolgimento sentimentale (come la collega Marianne, con cui non a caso fallirà l'approccio). Tutto questo finché sua sorella Sissy non bussa alla porta: è sola, ha bisogno di un posto in cui stare per poco tempo, non ha altro che lui. Brandon, che avverte il pericolo del coinvolgimento, la accoglie brutalmente, senza dolcezze. E Sissy, forse inconsapevolmente, comincia a demolire la sua corazza.

McQueen, che ci dicono profondamente convinto di essere un artista, ha indubbiamente uno stile. Sa costruire architetture disumanizzate nelle quali, progressivamente, si insinua il «tarlo» del sentimento. Sa usare con grande consapevolezza luci e suoni per evocare un mondo di locali notturni in stile Edward Hopper e di strade urbane simili a quelle di Scorsese. Il sesso, in questo contesto, non è né una provocazione né uno scandalo: è uno dei mezzi possibili per identificare la solitudine dell'essere umano. Dire che Brandon è un sessuomane, cioè identificare la sua mania con una malattia, sminuisce la portata del discorso. È più corretto dire che Brandon vuole essere un sessuomane: ogni sua azione è conseguenza di una scelta ben precisa e, più che a una malattia, è dovuta a uno stato mentale.

In questo senso ci piace pensare che, dando per scontato che l'autore abbia visto «Eyes Wide Shut» e magari anche «American Psycho», sia proprio «Le conseguenze dell'amore» ad averlo colpito e impressionato. Con la differenza che, mentre Di Girolamo riconquista la propria dignità, Brandon è lasciato in una condizione sospesa. La ragazza incontrata all'inizio in metropolitana e seguita invano, si ripresenta alla fine, dopo che Sissy ha tentato il suicidio e Brandon è arrivato in tempo per salvarla. Questa ragazza potrebbe essere un (faticosissimo) nuovo inizio o semplicemente la triste ripetizione di un rituale da cui, a questo punto, a Brandon non sarebbe più possibile uscire. Michael Fassbender dà di Brandon un'interpretazione fisica che deve essergli costata una gran fatica e Carey Mulligan è una Sissy disarmata e lancinante. La scena in cui canta «New York New York» con arrangiamento jazz è realmente indimenticabile. «Shame» (letteralmente «vergogna») non è film da consigliare a tutti a cuor leggero. Ma lo scandalo vero sarebbe scambiarlo per un film per guardoni.

SHAME (Id.) di Steve McQueen. Con Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge-Dale, Lucy Walters, Nicole Beharie. GB 2011; Drammatico; Colore

SHAME
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento