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Santiago, Italia

Quest'ultimo film di Nanni Moretti non è tanto semplice da affrontare. Si dice un documentario ma è qualcosa di diverso e più che del Cile degli anni del golpe di Pinochet, parla dell'Italia di oggi, «una società di consumismo, dove non ti frega niente della persona che hai accanto, e se la puoi calpestare la calpesti», come afferma Erik Merino al termine del film.

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Locandina del film

Non è tanto semplice, nonostante le apparenze, affrontare il nuovo film di Nanni Moretti Santiago, Italia. Si dice documentario, ma in realtà si tratta di una serie di testimonianze dirette che non permettono alcuna distrazione né calo di tensione. E non sono soltanto testimonianze di intellettuali, politici o artisti. A parlare, in effetti, è un ventaglio molto ampio di persone che comprende qualche regista, un pittore di murales, scrittori, giornalisti, ma anche gente comune, impiegati e operai, che ha vissuto sulla propria pelle il golpe cileno del settembre 1973 (un 11 settembre prima di quello del 2001) e che ha legato a filo doppio le proprie sorti al ruolo fondamentale che in quella circostanza giocò l’Italia.

Questo è il punto: Santiago, Italia parla molto più d’Italia che di Cile. Perché l’Ambasciata Italiana fu quella che accolse più rifugiati cileni anche quando le altre avevano già smesso e perché nel popolo italiano ci fu una vera e propria mobilitazione per solidarizzare, tendere una mano, ricevere, trovare un lavoro e soprattutto consentire un’integrazione completa. E Nanni Moretti, interrogato, afferma che non ha voluto realizzare un film sul golpe dell’esercito spalleggiato dalla Cia: quella è storia. Il suo interesse si è indirizzato su due fattori: il ruolo altamente democratico ricoperto dall’Italia a qualunque livello e, di conseguenza, la conclusione che oggi le cose sono radicalmente cambiate. Ciò lo porta a concludere il film con la testimonianza dell’esule Erik Merino che afferma: «L’Italia degli anni Settanta era un paese che aveva fatto la guerra partigiana, che aveva difeso lo statuto dei lavoratori. Era un paese simile a quello che sognava Allende in quel momento lì. Oggi viaggio per l’Italia e vedo che assomiglia al Cile peggiore… È una società di consumismo, dove non ti frega niente della persona che hai accanto, e se la puoi calpestare la calpesti. Questa è la corsa: l’individualismo».

Guai a considerare tutto questo esercizio di propaganda, polemica o men che meno retorica. Se Nanni Moretti ha sempre avuto una qualità che trascende le sue capacità cinematografiche è quella dell’attento osservatore del presente. In questo modo non gli è difficile mettere a confronto epoche e paesi per giungere a conclusioni non catastrofiche, ma indubbiamente inquietanti. E il suo intento, che magari potremmo chiamare speranza, è di indurre qualcuno (il maggior numero possibile di persone) a riflettere su parole e fatti per confrontare la propria posizione con alcune verità storiche non confutabili.

Poi, naturalmente, Moretti è sempre riconoscibile. In Santiago, Italia resta sempre fuori campo, fermo restando che è sua la voce dell’intervistatore. Sempre tranne in due occasioni: all’inizio del film quando lo vediamo osservare da una terrazza il panorama di Santiago e più avanti quando, in un carcere, pone domande al generale Iturriaga, il vice direttore della DINA (Dirección de Inteligencia Nacional, l’equivalente cileno della Cia). Quando Iturriaga afferma che i morti ci sono stati da entrambe le parti, che qualche caso di tortura è da imputarsi esclusivamente a responsabilità individuali, che lui si considera una vittima e che gli era stato assicurato che l’intervista sarebbe stata imparziale, Nanni Moretti davanti a lui dichiara: «Io non sono imparziale».

Alla fine del viaggio, in realtà, resta dentro una sensazione ben precisa: che il viaggio non sia affatto finito e che per meglio capire le profonde implicazioni attuali di Santiago, Italia sia necessaria una lunga meditazione. Se non altro è immediata la percezione di un periodo e di avvenimenti che hanno inquadrato l’Italia ai vertici della democrazia mondiale. E che si tratta di una posizione che al momento non è più possibile reclamare. E che quindi sarebbe il caso di ragionarci un po’ sopra per capire come e perché siamo cambiati tanto in poco meno di cinquant’anni. L’urgenza di Nanni Moretti, molto semplicemente, dovrebbe diventare quella di un popolo intero. Se fosse un’utopia, potremmo solo concludere: continuiamo così, facciamoci del male.

SANTIAGO, ITALIA di Nanni Moretti. ITALIA/FRANCIA/CILE 2018.  Drammatico; Colore/Bianco e nero

Santiago, Italia
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