Al cinema
stampa

Sir – Cenerentola a Mumbai

Al film di Rohena Gera Sir è stato aggiunto un Cenerentola a Mumbai che, anche posto che possa avere un fondamento (e per noi non è così), indirizza lo spettatore in una direzione che potrebbe essere fuorviante. «Sir» è, semplicemente, l’appellativo con il quale la domestica Ratna si rivolge al padrone Ashwin.

Percorsi: Cinema
Locandina del film

Tanto per cominciare, dovremmo riaprire un dibattito ormai annoso sui titoli che i distributori italiani scelgono per i film stranieri. Al film di Rohena Gera Sir è stato aggiunto un Cenerentola a Mumbai che, anche posto che possa avere un fondamento (e per noi non è così), indirizza lo spettatore in una direzione che potrebbe essere fuorviante. «Sir» è, semplicemente, l’appellativo con il quale la domestica Ratna si rivolge al padrone Ashwin. Semplicemente perché non è pensabile che in un’India fatta ancora di caste e abissi sociali un dipendente possa rivolgersi al padrone chiamandolo per nome. E questo, evidentemente, ha un preciso significato sociale e politico.

L’accostamento a Cenerentola evoca un mondo di fiabe che proprio non è nelle intenzioni della regista Gera: il suo Sir, infatti, non è esattamente una dichiarazione d’intenti femminista in un paese nel quale le donne hanno ancora un ruolo subalterno. È, più precisamente, un duplice percorso di emancipazione: da una parte Ratna deve mantenere vivi i propri sogni senza piegarsi a una realtà unidirezionale, ma dall’altra è anche Ashwin a dover interrompere il flusso del potere, delle direttive, di tutto ciò che è dovuto per affermare una volontà di impensabile autonomia.

Quindi stiamo parlando di un uomo e una donna che si cercano e che, prima di trovarsi, devono scalare la muraglia delle convenzioni sociali, delle differenze di casta, di ciò che gli altri si aspettano da loro, di secoli di tradizioni. Teoricamente è una tematica ben nota che solitamente porta al melodramma, ai sentimenti forti, ai colori accentuati, magari anche a corposi interventi musicali. In sostanza, porta a Bollywood, l’industria cinematografica indiana che, sul modello di quella americana, sforna prodotti molto simili l’uno all’altro riscuotendo un buon successo popolare. Rohena Gera, invece, non vuole questo e lavora in direzione ostinata e contraria.

Ratna, ragazza di paese, resta vedova a 19 anni e, come impongono le convenzioni indiane, quasi a dover scontare una colpa che non ha, rimane legata alla famiglia dei suoceri cui deve del denaro a cadenze mensili. Così lavora a Mumbai in casa di Ashwin, il cui matrimonio è saltato lasciandolo in stato di prostrazione. I sogni di Ratna sono raggiungibili, ma ugualmente ardui: la ragazza vorrebbe lavorare da sarta e, piano piano, diventare stilista. La consuetudine quotidiana fa sì che lei e Ashwin si conoscano e che lui, oltre a prendere a cuore i suoi desideri, finisca per innamorarsi di lei. Ratna, però, sa che la distanza è quasi invalicabile: non sarebbe mai accettata dalla famiglia di lui, rimarrebbe una serva a vita, non dovrebbe perché non può. L’unico modo per uscire dall’imbuto è dare il via a una piccola rivoluzione.

L’idea di Rohena Gera, in rapporto alle consuetudini di Bollywood, è quella di lavorare in assoluta sottrazione privilegiando gli sguardi invece delle parola e rifuggendo da qualunque sottolineatura drammatica o drammaturgica. Questo per trasformare una storia potenzialmente melodrammatica in una credibile vicenda quotidiana.

Ecco dunque che le scenografie si alternano tra gli interni dell’appartamento, le luci notturne di Mumbai, qualche scorcio di quartiere popolare e il villaggio di Ratna senza alcuna enfasi: sia Mumbai che il villaggio restano entità piuttosto distanti, una da abbandonare e una da non fare propria. Così, grazie agli sguardi dei due protagonisti Tillotama Shome (protagonista di Monsoon Wedding) e Vivek Gomber, Rohena Gera riesce a trasformare una storia d’amore in un percorso complesso e soprattutto credibile.

E riesce persino a scegliere un finale cosiddetto a ghigliottina, che di solito può lasciare interdetti, ideale per far capire con una sola parola il tipo di scelta che i due protagonisti hanno compiuto. Quando, al telefono, Ratna dice «Ashwin» invece di «Sir», si capisce che la rivoluzione è compiuta e che non c’è bisogno di altre immagini per rafforzare il concetto. Un ottimo risultato da una cinematografia che non è ancora stata interamente risucchiata dall’industria.

SIR - CENERENTOLA A MUMBAI (Sir) di Rohena Gera. Con Tillotama Shome, Vivek Gomber, Geetanjali Kulkarni, Rahul Vohra. INDIA/FRANCIA 2018; Drammatico; Colore.

Sir – Cenerentola a Mumbai
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento