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Soldado

In questo sequel di «Sicario» Stefano Sollima lascia da parte ogni questione morale a proposito dei cartelli della droga messicani e si concentra su una storia a sé con la riproposta di due o tre personaggi.

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Locandina del film

Nell’affrontare con Soldado il sequel di Sicario di Denis Villeneuve, Stefano Sollima deve aver pensato che la questione morale fosse stata già abbondantemente affrontata nel primo film e che qui, tutt’al più, fosse il caso di concentrarsi su qualche meditazione individuale. Cioè a dire, gli è sembrato inutile fare della teoria sulle modalità d’azione dei cartelli della droga messicani, sul traffico di esseri umani tra Messico e Stati Uniti, sulle responsabilità americane che dirottano problemi interni su azioni di forza in altri paesi, su questioni di politica interna ed estera che avrebbero riproposto quanto già detto da Villeneuve creando a tutti gli effetti un doppio.

Sollima, alla sua prima esperienza in terra americana, ha voluto invece realizzare un film personale che parla principalmente della reiterazione degli errori (o dei comportamenti, che è quasi la stessa cosa), della fatica di far emergere spiccioli d’umanità in un contesto fatalista, di una sorta di predestinazione che manda alcuni a morire, altri a vivere, nessuno a scegliere, e di che tipo di vita possa proporsi a chi vive in una terra di confine dominata dalla violenza e dalla morte. In questo senso ha ottenuto un risultato: Soldado non sembra esattamente il seguito di Sicario, ma una storia a sé con la riproposta di due o tre personaggi.

D’altronde, l’aggiramento della questione morale porta a un risultato finale interlocutorio. Perché non basta dire, come qualcuno ha fatto, che al cinema conta solo la moralità filmica. In primo luogo non è vero, in secondo luogo non allontana il problema. Le pause di Sicario portavano a una riflessione sugli eventi e sui personaggi, mentre le pause di Soldado portano semplicemente a un rallentamento del ritmo.

Alejandro Gillick, a quanto pare, ha ancora qualche conto in sospeso con il cartello della droga comandato da Carlos Reyes. Quando si presenta l’occasione di tornare in campo, l’offerta di Matt Graver lo trova pronto all’azione. Graver, naturalmente, è esecutore di ordini del Governo che vorrebbe estirpare la piaga dell’immigrazione clandestina senza mettere in mezzo rapporti politici diretti. Ciò diventa impossibile nel momento in cui, una volta rapita la figlia di Reyes allo scopo di scatenare una guerra tra bande, gli americani vengono attaccati dai poliziotti messicani che dovrebbero scortarli. La morte dei messicani induce i mandanti governativi ad annullare l’operazione decidendo l’eliminazione sia dell’ostaggio che di Alejandro. Questi, naturalmente, è di tutt’altro avviso...

Con gli ingenti mezzi a disposizione, Sollima è comunque riuscito a non lasciarsi travolgere dal gigantismo che lo avrebbe portato a realizzare un prodotto serializzato e impersonale. Le questioni morali, dati per scontati ragion di Stato e trabocchetti del potere, finiscono per investire i singoli. Nello specifico, le decisioni di Graver a riguardo di Alejandro e quelle di Alejandro a riguardo della figlia di Reyes.

Qui dovrebbe emergere la differenza tra i due personaggi: Graver pronto a chinare il capo e a sacrificare una vita amica (anche se sul concetto di amicizia potremmo lungamente dibattere), Alejandro pronto a morire per difendere la figlia del suo nemico. Salvo poi, a cose fatte, tornare ad essere il freddo esecutore di sempre e il reclutatore di forze nuove che diventeranno i sicari di domani.

Benicio Del Toro va a nozze con un personaggio del genere, parco di parole e ricco di sguardi, capace di trasmettere un passato doloroso e un futuro nerissimo. Così, con Josh Brolin più limitato da un personaggio granitico, il film è suo. Restano i problemi di ritmo, segnali di riflessioni che cedono il passo alle ragioni del thriller, un’iperviolenza che dovrebbe rimarcare l’aria che si respira nella terra di confine e una sorta di fatalismo esistenziale che esclude non solo la possibilità di scegliere, ma anche quella di cambiare per aspirare a qualcosa di meglio. Può darsi che sia così. Noi, senza essere buonisti, continuiamo a pensare che qualche bivio ci sarà sempre.

SOLDADO (Sicario: Day of the Soldado) di Stefano Sollima. Con Benicio Del Toro, Josh Brolin, Isabela Moner, Jeffrey Donovan, Catherine Keener, Matthew Modine. USA 2018; Drammatico; Colore.

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