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THIS MUST BE THE PLACE

La domanda è legittima: se cioè «This Must Be the Place» sia un film bizzarro che si nutre della propria bizzarria oppure se sia un film profondo che usa la bizzarria come cifra espressiva per arrivare a un risultato più meditato e intenso. Paolo Sorrentino ci ha raccontato di omonimie, di scelte morali, di usurai, di leader politici del passato recente, ma a ben guardare ci ha sempre parlato di solitudini. E il protagonista del suo ultimo film è indubbiamente solo.

Parole chiave: cinema (291)
THIS MUST BE THE PLACE

DI FRANCESCO MININNI

La domanda è legittima: se cioè «This Must Be the Place» sia un film bizzarro che si nutre della propria bizzarria oppure se sia un film profondo che usa la bizzarria come cifra espressiva per arrivare a un risultato più meditato e intenso. Paolo Sorrentino ci ha raccontato di omonimie, di scelte morali, di usurai, di leader politici del passato recente, ma a ben guardare ci ha sempre parlato di solitudini. E il protagonista del suo ultimo film è indubbiamente solo.

Cheyenne, rockstar depressa e spaesata in un mondo che ben poco assomiglia a quello reale, assume un impegno per lui del tutto nuovo. Si mette in testa, infatti, di trovare un criminale nazista ancora latitante, lo stesso che suo padre, morto da poco, cercò invano per tutta la vita allo scopo di chiudere un conto col passato. Il viaggio che lo porta dall'Irlanda al New Mexico al Midwest a New York lo vede attraversare spazi sconfinati con il medesimo atteggiamento straniato di chi, in fondo, non sa dove si trova. C'è da dire che la «missione» non sembra essere dettata da amor filiale, dal momento che Cheyenne è sempre stato convinto che il padre non l'amasse. E alla fine, quando si troverà a tu per tu con l'obiettivo della sua caccia, farà una scelta che a molti potrà sembrare insensata.

La solitudine, il male oscuro della nostra epoca, risalta tanto di più se associata a un personaggio che, lo voglia o meno, è pubblico al punto da essere frequentemente riconosciuto per strada. Anche se a lui non importa, le cose stanno così. In effetti l'atteggiamento di Cheyenne è quello di un disadattato che non ha saputo gestire né il successo né la propria esistenza e che a un dato momento, fors'anche fuori tempo massimo, decide improvvisamente di fare qualcosa di diverso. In questo senso la caccia al nazista poteva essere agevolmente sostituita da una scalata sull'Everest o dallo stendere i panni dopo aver fatto il bucato. La cosa certa è che Sorrentino, avendo a disposizione un budget alto, la possibilità di andare oltreoceano nella tana del lupo, attori come Sean Penn, Frances McDormand e Judd Hirsch e un musicista del calibro di David Byrne, ha avuto la straordinaria intuizione (quindi intelligenza) di fare comunque il proprio film senza snaturare il proprio stile né accettare compromessi da grande produzione. Così Sean Penn interpreta una rockstar tipo Boy George parlando in falsetto e laccandosi le unghie, David Byrne compone una colonna musicale funzionalissima e interviene anche nei panni di se stesso, l'America è uno sfondo importante ma non ha partecipazione nella produzione. Come a dire che il bene e il male di «This Must Be the Place» (una canzone dei Talking Heads, quindi ancora di David Byrne) appartengono interamente a Sorrentino. Che, senza intenti moralistici né proclami etici, compone un quadro multiforme, visivamente ricchissimo e umanamente preoccupante di un mondo che ha un disperato bisogno di iniezioni di fiducia prima di lasciarsi risucchiare nel nulla. È per questo che il tono apparentemente scanzonato del film non fa ridere per niente: anche se Sorrentino conferma la propria perizia nel rappresentare universi paralleli, è evidente che troppe cose ci assomigliano da vicino per poter pensare a una casualità.

«This Must Be the Place» stimola alla riflessione e affascina per le qualità dell'immagine, ma lascia qualche perplessità su quale debba essere la destinazione ultima del racconto. Se cioè Cheyenne, compiuta la propria missione, ritrovi la forza di rientrare nella normalità concedendosi un avvenire (almeno) sereno, oppure se un sostanziale nulla di fatto lo condanni a calarsi in una normalità che, per uno come lui, può anche equivalere alla morte. Si accettano scommesse. Le certezze sono sulle capacità compositive dell'autore, sul suo saper indagare profondamente nelle ragioni di un male, sulla libertà con la quale Sean Penn ha accettato (molto più che in «Milk») di rimettersi in gioco affrontando un personaggio fuori schema e su quel dubbio suscitato ad arte che alla fine ci accompagna fuori del cinema: abbiamo visto un film sulla caccia a un nazista o una versione camuffata de «Il mago di Oz»?

THIS MUST BE THE PLACE
di Paolo Sorrentino. Con Sean Penn, Eve Hewson, Frances McDormand, Judd Hirsch, Harry Dean Stanton.
I/F/IRL. 2011; Drammatico; Colore

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