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The Irishman

Quello di Scorsese è un film potente, molto meditato, per nulla superficiale, che procede di pari passo sui binari della storia ufficiale e di quella privata ottenendo quindi un risultato di eccellenza sia sul piano storico che su quello psicologico, che a quanto pare sono strettamente collegati.

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Locandina del film

Non staremo qui a dire che soltanto Martin Scorsese avrebbe potuto sintetizzare in un film cinquant’anni di storia americana guardandola dalla parte della criminalità (cioè, in un certo senso, del potere). L’aveva fatto anche Francis Coppola ne Il padrino parte II. Ma The Irishman è senza ombra di dubbio un film potente, molto meditato, per nulla superficiale, che procede di pari passo sui binari della storia ufficiale e di quella privata ottenendo quindi un risultato di eccellenza sia sul piano storico che su quello psicologico, che a quanto pare sono strettamente collegati.

E Scorsese, sapendo bene che il suo non sarebbe stato un film d’azione ma un percorso di anni che si dovevano sentire, si è preso tutto il tempo necessario (diciamo come Sergio Leone in C’era una volta in America) rallentando gli eventi, soffermandosi sulle relazioni interpersonali, trasformando la macchina da presa in un segugio che per quanto possibile non si lasciasse sfuggire niente. E, a dispetto della durata di tre ore e mezza, dell’accuratissima ricostruzione storica e ambientale, di un cast da favola che riunisce Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci e Harvey Keitel, The Irishman non è un kolossal. E non è neanche un film particolarmente violento. È la storia di persone che si muovono in un determinato ambiente: alcune scendono a compromessi, altre no.

Frank Sheeran, irlandese, lavora come autotrasportatore finché, notato da Russell Bufalino che lo considera una persona affidabile, entra nella malavita. Ha moglie, quattro figlie, si considera un buon padre di famiglia. Ma quando Russell chiama, lui risponde. E risponderà ancora di più quando a chiamarlo sarà Jimmy Hoffa, il capo del sindacato dei camionisti che qualcuno cerca di mettere da parte e che non vuole assolutamente passare la mano. E il tempo passa: l’assassinio del presidente Kennedy, la guerra del Vietnam, ma soprattutto le contese pubbliche e private dei malavitosi che spesso considerano la Storia un fastidioso impedimento. Così, dopo la morte di Jimmy Hoffa (che nel libro da cui il film è tratto lui stesso sostiene essere avvenuta per propria mano) Frank invecchia mantenendo salda la filosofia del «è così e basta», ma invecchia da solo.

Alla base di The Irishman sta una malinconia che non è nostalgia né rimpianto: è soltanto tristezza per un mondo che è scandito da omicidi, ricatti, intrighi di potere e apparenze che dovrebbero ingannare tutti. Ma è anche il ritratto di un uomo che proprio non sa spiegarsi perché la figlia Peggy da molti anni non gli parli più. E anche quando una delle altre figlie gli dice che lui riesce a guardare le cose solo dal proprio punto di vista e che se le guardasse dal loro vedrebbe quattro bambine che avevano paura a parlargli di qualunque torto subìto in previsione delle cose terribili che lui era capace di fare, Frank riesce a ribattere soltanto che quel che ha fatto lo ha fatto per proteggerle. Non è un caso se la scena di gran lunga più violenta del film è quella in cui Frank, accompagnato dalla figlia, fa visita a un negoziante che le ha fatto uno sgarbo.

Quindi in un certo senso The Irishman è una full immersion in quella criminalità che non è brama di potere, sete di denaro, odio e sadismo, ma semplicemente un modo di vedere le cose. Mentre Scorsese fa scorrere il tempo come un consumato direttore d’orchestra, i suoi attori danno il meglio di sé con un’attenzione estrema a non cadere mai nel bozzetto o nell’umorismo involontario. De Niro, che apparentemente non cambia mai espressione, rende da maestro l’immagine di un personaggio indecifrabile e a suo modo sofferto.

Al Pacino ci regala un Jimmy Hoffa testardo fino all’autolesionismo, convinto che il sindacato sia cosa sua eppure sempre capace di slanci di umanità. Joe Pesci è Russell Bufalino che, diversamente da quanto ci si poteva aspettare, non va mai sopra le righe e lascia intravedere un potente lavoro di sottrazione. Fotografia, montaggio e musica completano un quadro d’autore straordinario. E, come dopo la fine di Gangs of New York, ci si ritrova a pensare che le mani che costruirono l’America (The Hands That Built America degli U2) non siano per forza quelle degli artigiani e dei muratori.

THE IRISHMAN (Id.) di Martin Scorsese. Con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Anna Paquin, Bobby Cannavale. USA 2019; Drammatico; Colore.

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