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Tre volti

Il regista iraniano Jafar Panahi riflette con questo film sulla condizione della donna, sulla condizione del cinema, sull’idea di libertà e su un paese fortemente condizionato dal passato in un presente che fatica a scorgere il futuro.

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Locandina del film

Da quando il regime iraniano ha condannato Jafar Panahi a non poter lasciare il paese e a non poter più realizzare film (c’è chi dice fino al 2030, c’è chi dice a tempo indeterminato), Panahi ha già realizzato quattro film. Questa ansia di mettere in immagini se stesso, il proprio paese, le problematiche che da sempre lo accompagnano, trasformano l’attività di Panahi in una vera e propria resistenza a una legge ingiusta che ci indurrebbe a giudicarlo positivamente anche se facesse film meno belli di quelli che fa. Ma con i suoi film il problema non si pone: la sua forza, la sua pacatezza, la sua vocazione più forte di qualunque divieto, la sua ferrea volontà e la sua capacità di girare film in condizioni più che difficili ce lo rendono meritevole di ogni lode.

E non possiamo neanche dire che abbia lavorato in clandestinità. Certo, In Film Nist e Pardeh (conosciuti con i titoli inglesi This Is Not a Film e Closed Curtain) sono stati girati in casa del regista quando ancora era soggetto agli arresti domiciliari. Ma Taxi Teheran è stato girato in un taxi per le strade della capitale. E adesso Tre volti, nuovamente in parte girato all’interno dell’auto del regista, lo porta in una provincia lontana del Nord Ovest dove personaggio e attore sono la stessa cosa e dove Panahi, che riveste unicamente il ruolo di osservatore, può riflettere sulla condizione della donna, sulla condizione del cinema, sull’idea di libertà e su un paese fortemente condizionato dal passato in un presente che fatica a scorgere il futuro. E anche così, con una situazione che indurrebbe alle conclusioni più nere, Panahi trova il modo di indicare un percorso di speranza che equivale alla propria condizione: un prigioniero che comunque riesce a trasmettere il proprio pensiero.

Lo spunto è dato da un video trasmesso per telefono a Panahi da una ragazzina, Marziyeh, che dice di aver più volte tentato di contattare la nota attrice Behnaz Jafari per chiederle aiuto. Interessata alla recitazione, Marziyeh è stata ammessa all’Accademia di Teheran. Ma nessuno nel villaggio, a cominciare dalla famiglia, ha intenzione di assecondarla. Giunta alla fine del messaggio, Marziyeh infila il collo in un cappio e si lascia cadere. Behnaz è rimasta talmente scioccata dal video mostratole da Panahi da decidere seduta stante di recarsi nel villaggio per scoprire come stiano veramente le cose. Qui lei e Panahi troveranno tradizioni incrollabili, saggezza ancestrale, quadretti di vita e finalmente Marziyeh, che confessa di aver inscenato il suicidio pensando che fosse l’unico modo per indurre la signora ad andare a cercarla. E mentre il giorno si addormenta nella notte, si contratta per il futuro di una ragazza innocente.

Tre volti comincia in macchina, di notte, con un lungo piano fisso di Behnaz Jafari e la voce di Panahi fuori campo. Poi prosegue con piani sequenza, i dubbi dell’attrice e le certezze della gente del luogo, episodi surreali o drammatici mai casuali, e la progressiva rivelazione di chi siano i tre volti cui fa riferimento il titolo. Il primo è di Behnaz Jafari, l’attrice famosa riconosciuta anche in un villaggio del Nord Ovest. Il secondo è di Marziyeh, che desidera di diventare attrice a dispetto di paletti e divieti. Il terzo (che non vedremo mai) è di Shahrzad, un’attrice famosa prima della rivoluzione islamica e condannata all’invisibilità. Panahi immagina di ritrovarla proprio in quel villaggio, ne ascolta la voce su un cd che contiene sue poesie e la vede da lontano (di schiena) intenta a dipingere in un campo.

Potremmo dire che con un solo tratto di penna l’autore traccia una linea immaginaria tra passato (Shahrzad), presente (Jafari) e futuro (Marziyeh) per raccontare i sogni, le disillusioni, la gloria effimera, i desideri, la rabbia di un popolo (quello femminile nella fattispecie) che non molla. Proprio come non molla Panahi, che continua a nascondere la macchina da presa, a girare in condizioni precarie, a ricordare la lezione del maestro Kiarostami e a riaffermare che il semplice atto di girare un nuovo film è una voce di libertà in un mondo che cerca senza successo di soffocarla.

TRE VOLTI (Se Rokh) di Jafar Panahi. Con Behnaz Jafari, Jafar èpanahi, Marziyeh Rezaei, Maedeh Erteghaei, Narges Dalaram. IRAN 2018; Drammatico; Colore.

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