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UNA SEPARAZIONE

Il percorso del regista iraniano Asghar Farhadi, del quale già conoscevamo «About Elly», è comunque la si metta quello del coraggio. I suoi film, che in apparenza sembrano thriller ben radicati nel tessuto sociale del paese, sono in realtà metafore neanche tanto nascoste di una situazione (umana, morale, politica, religiosa) che a occhi occidentali appare difficile da accettare e difficilissima da vivere.

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UNA SEPARAZIONE

DI FRANCESCO MININNI

Il percorso del regista iraniano Asghar Farhadi, del quale già conoscevamo «About Elly», è comunque la si metta quello del coraggio. I suoi film, che in apparenza sembrano thriller ben radicati nel tessuto sociale del paese, sono in realtà metafore neanche tanto nascoste di una situazione (umana, morale, politica, religiosa) che a occhi occidentali appare difficile da accettare e difficilissima da vivere. Ci torna in mente quella branca del neorealismo che, in film come «Ladri di biciclette» e «Umberto D.», metteva in immagini la gente semplice, la povera gente, i loro problemi quotidiani che spesso non bastava la buona volontà per superare. Ma subito prendiamo atto di una «piccola» differenza: Vittorio De Sica e Cesare Zavattini incorsero tutt'al più negli strali di Giulio Andreotti, che dichiarò pubblicamente che i panni sporchi si dovevano lavare in casa; Asghar Farhadi, invece, rischia molto di più. Già l'amicizia con Jafar Panahi non lo mette in buona luce agli occhi del regime: un film come «Una separazione» potrebbe renderlo ancora più inviso a un potere che ci mette poco a chiudere la bocca a chi dice la verità.

In questo senso l'inizio del film, che poi si trasforma in un serratissimo thriller della coscienza, è illuminante. La ragione per la quale Simin si presenta con il marito Nader davanti al giudice è che, pur avendo ricevuto i visti per l'espatrio, l'uomo non intende lasciare il paese. Forse per continuare ad assistere il padre ammalato di Alzheimer, forse perché ci si trova comunque bene. Fatto sta che di fronte al suo rifiuto e soprattutto a quello di concedere alla figlia undicenne Termeh il permesso di partire con la madre, Simin rinuncia all'espatrio e si limita a lasciare il marito. Questi, per assistere il padre, deve provvedere a trovare una badante, che è Razieh. La donna lavora per necessità e senza che il marito disoccupato lo sappia. Essendo anche incinta, non può sottoporsi a sforzi eccessivi. La perdita del bambino, apparentemente a seguito di una spinta di Nader che l'ha fatta cadere dalle scale, innesca una causa lunga e dolorosa che coinvolge familiari, amici e conoscenti. Anche quando verrà appurata la verità, nessuno potrà dirsi soddisfatto e sereno.

Se in «About Elly» l'equilibrio tra dramma psicologico e thriller mostrava problemi di ritmo e uniformità, «Una separazione», vincitore dell'Orso d'oro al Festival di Berlino, non sbaglia un colpo. Si capisce presto, infatti, come la faticosa ricerca delle verità con una serie di successive rivelazioni sia tutt'altro che gratuita e non faccia riferimento semplicemente alla ricerca di un colpevole o alla chiarificazione di un mistero. Gli interrogatori del giudice con relative decisioni, gli schemi mentali dei personaggi principali, i motivi stessi del perché di una menzogna o di una verità non sono altro che la rappresentazione veritiera e coraggiosa di uno stato di fatto: Farhadi dice la sua non su una causa di separazione o su un fatto di cronaca che innescano un meccanismo quasi hitchcockiano, ma sull'Iran, sui meccanismi del potere, su una vita spesso in apnea, su un fondamentalismo religioso vincolante, su un malessere di vivere che non emerge dalla sceneggiatura di un film, ma dalla vita nelle strade, dalla gente che deve viverla e da un mondo chiuso in se stesso che difficilmente permette di uscire.

In questo senso il personaggio chiave del film è Termeh, figlia di Nader e Simin (meravigliosamente interpretata da Sarina Farhadi) che, pur essendo undicenne, vede, capisce, soffre e, alla fine, deve prendere una decisione che non conosceremo. Sappiamo bene, però, quanto debba costarle. E sappiamo anche che la rivelazione della verità non sarà un elemento di riunificazione, ma servirà soltanto ad aumentare le distanze tra chi vive nel passato e chi vorrebbe guardare al futuro nella certezza che ce ne sia uno. Pur non essendo un film dai ritmi concitati, «Una separazione» prende lo spettatore e gli impedisce di distrarsi. Ma fa anche di più: lo costringe a calarsi in una realtà distante accettando i suoi ritmi e, per quanto possano essere dolorose, le sue verità. Non dovremmo mai dimenticare che ci sono posti al mondo in cui dire la verità può essere il più pericoloso dei rischi.

UNA SEPARAZIONE (Jodaeiye Nader az Simin)
di Asghar Farhadi. Con Peyman Moaadi, Leila Hatami, Sareh Bayat, Shahab Hosseini, Sarina Farhadi. IRAN 2011; Drammatico; Colore

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