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Una storia senza nome

Andò pretende da se stesso la gestione di un sottilissimo gioco tra realtà e finzione che funziona per poco. Quando si moltiplicano le invasioni di campo tutto diventa troppo paradossale al punto da fargli perdere misura e ritmo.

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Tocca pensare che l’umorismo kafkiano di Viva la libertà e il simbolismo ipergrottesco de Le confessioni siano stati casi isolati. Perché Una storia senza nome di Roberto Andò, che bene o male dell’umorismo e del simbolismo fa colonne portanti, ottiene risultati molto meno penetranti e originali.

È in un certo senso una modalità di rappresentazione che punta tutto sulla stratificazione e sull’eccesso a indurre sospetti di calo d’ispirazione e, più ancora, di un gioco fine a se stesso nel quale il paradosso è allo stesso tempo forza motrice e limite. Insomma, dopo un po’ si perde interesse nel gioco del «chi è chi» e del «chi manovra chi»: nel primo caso perché l’eccesso delle rivelazioni sull’identità o sul ruolo dei personaggi perde di forza col progredire del racconto, nel secondo perché la matrioska da cui sbucano continuamente burattinai che poi diventano burattini non solo non è in grado di sorprendere, ma diventa addirittura prevedibile.

Alla base di tutto c’è un semplice principio: lo Stato dovrebbe essere manovrato dalla mafia (cosa che ben sappiamo), che a sua volta finirebbe per essere manovrata dallo Stato (e sappiamo anche questo), per arrivare alla conclusione che il cinema, quindi il regista, manovra entrambi in uno spettacolo pirotecnico che prevede che tutti si ritrovino in una sala cinematografica ad assistere a un film di cui tutti sono protagonisti e che in un certo senso potrebbe non aver mai fine. Un percorso accidentato e pericoloso nel quale l’intento critico è sopravanzato dal gioco e nel quale, a ben vedere, non ci interessa più tanto il raccordo con la realtà  quanto l’enormità della finzione.

Alessandro Pes è uno sceneggiatore di successo che non ha scritto mai una riga. Le sue storie, buone nelle premesse ma frenate dalla sua incapacità di procedere, sono state sempre rimpolpate e sceneggiate da Valeria, segretaria del produttore e ghost-writer a tutti gli effetti. Niente di male fino al giorno in cui l’informatissimo Alberto Rak la contatta per aiutarla a procedere nel racconto. E l’aiuta raccontandole una storia a proposito del ritrovamento di un Caravaggio e della morte di un critico d’arte che non è altro che la cronaca di avvenimenti realmente accaduti che coinvolgono in ugual misura Stato e mafia. Se lo Stato non si raccapezza, la mafia esige di sapere chi sia a conoscenza di tanti particolari. Così Pes finisce all’ospedale in coma da percosse mentre Valeria e Rak proseguono in una provocazione globale che potrebbe avere conseguenze enormi. Ma, alla fine, è solo un film....

Andò pretende da se stesso la gestione di un sottilissimo gioco tra realtà e finzione che funziona per poco. Quando si moltiplicano le invasioni di campo tutto diventa troppo paradossale al punto da fargli perdere misura e ritmo. In un certo senso Una storia senza nome è una specie di videogame con livelli superiori sempre più difficili e che naturalmente non avrà alcun vincitore.

È principalmente questo il motivo per cui col passare del tempo si perde interesse a svolte sempre più complicate e si finisce per dare tutto per buono (cioè per subirlo) senza mai porsi un quesito anche banale di logica elementare. Diciamo che sul film aleggia il fantasma di Sciascia, quello de Il contesto, e di registi come Elio Petri e Francesco Rosi che in modi diversi avrebbero gestito meglio la situazione.

Così com’è, Una storia senza nome è poco più che una commedia più ambiziosa che riuscita che accumula cose e persone senza poterne tirare le giuste conclusioni. Bisogna accontentarsi di un cast molto composito, da Micaela Ramazzotti a Renato Carpentieri, da Laura Morante ad Alessandro Gassmann, con la partecipazione speciale del regista polacco Jerzy Skolimowski nei panni di un regista americano, tanto per stuzzicare la curiosità dei cinefili che si accontentano. Adesso Roberto Andò dovrebbe riflettere su ciò che può e non può fare e ricondurre il suo cinema a obiettivi raggiungibili.

UNA STORIA SENZA NOME di Roberto Andò. Con Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri, Alessandro Gassmann, Laura Morante, Jerzy Skolimowski. ITALIA/FRANCIA 2018; Commedia; Colore.

Una storia senza nome
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