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Dal n. 33 del 22 settembre 2002

Undici modi di leggere la Storia: «11 SETTEMBRE 2001»

Non è facile giudicare un film come «11 Settembre 2001». Un po' perché l'impressione per l'accaduto è sempre forte e viva, un po' perché, comunque la si metta, siamo in presenza di undici cortometraggi girati da undici registi di diversa nazionalità, dagli stili diversissimi e, in un certo senso, impossibili da accomunare in un giudizio unico. Una cosa è certa, però: chi lo ha liquidato frettolosamente come una «cialtronata» antiamericana, ha sbagliato di grosso...

Undici modi di leggere la Storia: «11 SETTEMBRE 2001»

DI FRANCESCO MININNI
Una maestra iraniana cerca di indurre gli alunni afghani a fare un minuto di silenzio (Makhmalbaf). Una sordomuta e il suo uomo si riuniscono dopo il crollo delle torri (Lelouch). Le donne di Srebrenica marciano contro tutte le guerre (Tanovic). Un bambino del Burkina Faso crede di riconoscere Ben Laden (Ouedraogo). Le voci della radio e della TV su schermo nero illuminato da flash delle persone che si gettano dalle torri (Inarritu). Un regista egiziano parla con i fantasmi di molte guerre (Chahine). Una troupe televisiva israeliana è informata del crollo sul luogo di un attentato (Gitai). Un esule cileno scrive ai parenti delle vittime ricordando le responsabilità americane nel golpe di Pinochet (Loach). I fiori amati da una defunta rifioriscono quando il crollo di una torre fa entrare il sole nella stanza del vedovo (Penn). Un indiano sospettato di essere un fiancheggiatore dei terroristi è morto come ausiliario della polizia (Nair). Un giapponese reduce da Hiroshima torna a casa convinto di essere un serpente (Imamura).

Capite bene come non sia facile giudicare un film come «11 Settembre 2001». Un po' perché l'impressione per l'accaduto è sempre forte e viva, un po' perché, comunque la si metta, siamo in presenza di undici cortometraggi girati da undici registi di diversa nazionalità, dagli stili diversissimi e, in un certo senso, impossibili da accomunare in un giudizio unico. Una cosa è certa, però: chi lo ha liquidato frettolosamente come una «cialtronata» antiamericana, ha sbagliato di grosso, non foss'altro perchè non si può impedire a chiunque di esprimere un pensiero o un giudizio diversi da quelli che intimamente vorremmo sentire. La nostra sensibilità (credeteci: è rassicurante, talvolta, scoprire di averne una) ci porta a preferire il minimalismo incrollabile di Lelouch, il triste sorriso di Ouedraogo, la scarna cronaca di Inarritu e, in parte, la piccola, dolorosa storia di Sean Penn affidata al faccione inconfondibile di Ernest Borgnine. Sono i frammenti più marginali, quelli dove l'artista riesce a far capire come il crollo delle Twin Towers possa essere raccontato di sponda, senza affrontare direttamente l'evento. Per lo stesso motivo ci è parsa assolutamente fuori luogo l'ennesima levata di pugni di Ken Loach che, approfittando di una coincidenza di date, ha dimostrato come la rabbia antiamericana possa essere purtroppo più forte di qualunque pietà. Piuttosto debole anche il melodramma a tesi di Mira Nair, ormai molto più hollywoodiana che indiana. Il vecchio Imamura, infine, è la prova vivente di quanto Hiroshima sia una ferita ancora aperta, al punto da far perdere di vista le effettive finalità dell'opera. Eppure un film così discontinuo, ora commovente ora irritante, proprio perché realizzato in assoluta autonomia da personalità così diverse, ci aiuta a capire (più di tanti salotti televisivi) che niente, se non la pazzia, può giustificare guerra e violenza. E che non sono sempre i migliori che se ne vanno: più spesso tocca agli innocenti.

11 SETTEMBRE 2001 (11'09"01) di K. Loach, S. Makhmalbaf, C. Lelouch, Y. Chahine, D. Tanovic, S. Penn, S. Imamura, A. Gitai, I. Ouedraogo, M. Nair, A. Inarritu.

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