Commento al Vangelo
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Aprire gli occhi per vedere la verità

2 marzo, IV domenica di Quaresima. Nell'ormai famoso discorso che Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere all'università romana La Sapienza, si legge: «L'uomo vuole conoscere, vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica.
DI MARCO PRATESI

Parole chiave: vangelo (644)

Letture del 2 marzo, IV domenica di Quaresima: «Davide è consacrato con l'unzione re d'Israele» (1 Sam 16,1b.4.6-7.10-13); «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla» (Salmo 22); «Destati dai morti e Cristo ti illuminerà» (Ef 5,8-14); «Andò, si lavò, e tornò che ci vedeva» (Gv 9,1-41)

DI MARCO PRATESI

Nell'ormai famoso discorso che Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere all'università romana La Sapienza, si legge: «L'uomo vuole conoscere, vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra scientia e tristitia: il semplice sapere, dice, rende tristi. E, di fatto, chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell'interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l'ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell'incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa».

Lasciamo da parte il riferimento agostiniano (non c'è la citazione, dovrebbe essere il Discorso del Signore sulla montagna I,1-4), piuttosto fugace, forse anche alquanto approssimativo (se il testo, come credo, è quello), pur se comunque interessante. Il Papa si domanda: che cosa è vera «scienza»? Il problema che pone il Vangelo di questa IV domenica di quaresima è analogo: chi ci vede davvero?

Conoscere la verità è sempre qualcosa che coinvolge la vita, che domanda adesione esistenziale al bene, altrimenti non è scienza in senso pieno. Pescando nella (mancata) allocuzione questa chiave di lettura, mi pare che il racconto evangelico ci presenti tre situazioni: il cieco prima della guarigione, il cieco divenuto veggente, i farisei ciechi sicuri di vedere. Attenzione! Non si tratta di dividere le persone in categorie, quanto piuttosto di lasciarsi scrutare in profondità dalla Parola! È il cammino quaresimale.

I nostri occhi sono ancora chiusi quando vediamo la verità come semplice teoria che non esige dedizione piena, impegno esistenziale. Con essa possiamo ancora «baloccarci», non abbiamo ancora percepito la sua pretesa «totalitaria»; però siamo ancora pronti a lasciarci illuminare.

I nostri occhi sono chiusi - definitivamente? - quando alla Verità rifiutiamo dedizione e pretendiamo anzi di sottometterla a noi, dichiarandola falsa se essa si ostina a opporre resistenza. Come i farisei che «sanno»: sono convinti di vedere.

I nostri occhi sono aperti quando si aprono alla Verità che ci chiede di diventare buoni, alla Bontà che si rivela vera, al Verbo (Logos) incarnato Cristo Gesù, consegnandogli nella fede l'esistenza: «Egli disse: “Signore, io credo”. E gli si prostrò dinanzi». «Vederci» è dunque servire la Verità con dedizione amorosa.

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