Commento al Vangelo
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Credere è dire sì all'amore

Domenica 18 marzo, 4ª domenica di Quaresima. Continua il cammino quaresimale dal deserto della tentazione alla montagna della trasfigurazione, dal tempio di Gerusalemme a un incontro notturno tra Nicodemo e Gesù, un colloquio a due relativo all'urgenza di una terza nascita da «acqua e da Spirito», dall'«alto», dal «cielo» (Gv 3,5.7.12).
DI GIANCARLO BRUNI

Parole chiave: vangelo (638)

Domenica 18 marzo, 4ª domenica di Quaresima. Lettiure: 2 Cr 36,14-16.19.23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21. «Dio ha mandato il Figlio nel mondo perché il mondo sia salvato per mezzo di lui»
di GIANCARLO BRUNI
Eremo delle Stinche - Panzano in Chianti

1. Continua il cammino quaresimale dal deserto della tentazione alla montagna della trasfigurazione, dal tempio di Gerusalemme a un incontro notturno tra Nicodemo e Gesù, un colloquio a due relativo all'urgenza di una terza nascita da «acqua e da Spirito», dall'«alto», dal «cielo» (Gv 3,5.7.12). La creatura umana non è definita unicamente dal codice genetico, la nascita da donna, e dal codice della legge, la nascita culturale (Gal 4,4), ma altresì dal codice spirituale. Su questo dialogano un capo dei giudei e il maestro Gesù, un parlare a cui segue un monologo da parte di Gesù (Gv 3,11-21) che inizia con le seguenti parole: «In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto» (Gv 3,11). A voler dire: quello che sto per annunciare su Dio è semplicemente vero perché frutto di un sapere e di un vedere unici: «Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18). Aspetto di decisiva importanza nella storia dell'uomo, la mala lettura di Dio porta con sé relazioni sbagliate tra gli uomini. Per questa ragione il Figlio è venuto, per far nascere l'uomo ad una vera e alta intelligenza di Dio, e in Dio di sè e dell'altro.

2. Annuncio affidato a un monologo i cui passaggi meritano di essere sottolineati. Il primo passaggio è: «Dio ha tanto amato il mondo» (Gv 3,16), da sempre egli ha liberamente deciso di porsi come benevolenza nei confronti del mondo umano. In verità: «Dio è amore» (1 Gv 4,16) senza pentimenti nonostante l'uomo. Il secondo passaggio è: «Il mondo abbia la vita eterna» (Gv 3,15), e in questo sta la sua salvezza (Gv 3,17). Il sì di Dio al mondo umano è no alla sua morte, è viscerale dedizione alla sua vita detta eterna perché l'essere amati da lui e l'amare come lui ama è eterno, va oltre la soglia del tempo dato a vivere quaggiù.

Gli amati da Dio e gli amanti come Dio sono eterni. Questa è dunque la vita donata all'uomo, l'essere nel suo amore e amare del suo amore; l'al di fuori dell'amore si chiama morte. Il terzo passaggio è: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede il lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14-15). L'amore del Padre tradotto in desiderio di vita per l'uomo ha il suo luogo visibile compiuto nell'innalzato in croce di nome Gesù. Lì il Padre si rivela senza ombra alcuna come dono di sé a coloro che lo hanno mortalmente colpito. Quella ferita aperta diventa porta aperta da cui fuoriesce compassione, diventa la risposta del bene e della vita al male e alla morte che in quel posto in alto si incrociano e si manifestano. Bene e vita che si riversano su quanti alzano in stupore e fiducia il loro sguardo su quel trafitto.

All'atto di amore di Dio che è il Cristo elevato, epifania di un Padre che non risparmia se stesso e che non sottrae alla vita quanti non lo risparmiano a morte violenta, l'uomo è chiamato a rispondere con l'atto di fede. Semplicemente riconoscere in quel crocifisso la verità di Dio come amore senza se e senza ma, lasciandoci sommergere da quell'amore che ci costituisce viventi. Il tutto poi narrato facendo ricorso all'immagine arcaica del serpente (Nm 21,4-9), nell'antichità figura ambivalente nel suo essere al contempo segno di morte e simbolo di vita nel suo cambiare pelle, indice di eterna giovinezza. Qui solo simbolo di vita. E siamo così giunti al quarto passaggio: «E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce» (Gv 3.19).

Gesù è il giudizio definitivo, cioè discernimento sul vero volto di Dio e dell'uomo, di Dio come amore che tutti e tutto abbraccia, e dell'uomo come amato chiamato ad amare. Credere è dire sì all'amore e alla sua sorgente. Simultaneamente Gesù è giudizio sul falso volto di Dio, e menzognera è ogni immagine di Dio distante da quella apparsa nel Cristo; e sul falso volto dell'uomo, quello che lucidamente e volutamente fa dell'odio e dell'arrecare dolore e morte il suo atto di fede. Cosa insopportabile a un Dio che in Gesù continua a esortare a venire alla luce (Gv 3,20) e a nascere a verità (Gv 3,21). Dio non si rassegna a confermare una condanna che l'uomo si dà da solo scegliendo e votandosi al male.

3. All'uomo non resta che identificarsi in Nicodemo, il passare dalla notte della non conoscenza al giorno della conoscenza, una vera nuova nascita attraverso la via dell'ascolto del Maestro Gesù e della contemplazione dell'Unico posto in alto. Per approdare alla sponda di Dio-amore, scaturigine del nostro saperci amati-amanti per sempre, creature di eternità.

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