Commento al Vangelo
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Cristo re e giudice ma anche pastore

Domenica 26 novembre - XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO, NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO. «Siederà sul trono della sua gloria e separerà gli uni dagli altri»

Parole chiave: Vangelo (580)

Con questa domenica, festa di Cristo re, si conclude l’anno liturgico con il grandioso affresco del giudizio finale proclamato nel vangelo di oggi (Mt 25,31-36).  Un giudizio per certi versi drammatico, ma che si distanzia dalle rappresentazioni pittoriche fatte anche da artisti eccelsi, dove prevalgono, specialmente nel caso dei condannati, aspetti macabri che, onestamente, non sono presenti nel brano.

Si, c’è un Re che giudica, ma è un re pastore, che riconosce innanzitutto il gregge come suo (cf. Ez34, 11-17; 1a lettura), i «cattivi» sono assimilati ai capri, certo diversi dalle pecore ma non elementi alieni.  Buoni e cattivi sono come minimo «parenti», contro ogni manicheismo e pregiudizio che potrebbe nascere verso certi gruppi o categorie. Il punto dirimente e centrale è lo stesso per entrambi, di una semplicità estrema: hai o non hai dato da mangiare, da bere, vestito, assistito il povero? Niente codici complicati, leggi farraginose o cavilli legali, niente assiomi teologici, ortodossie, consuetudini... Il bello è che nessuno dei due gruppi ha quella che potremmo definire una coscienza chiara di ciò che ha fatto: tutti dicono «quando mai ti abbiamo visto, Signore»? Non c’è il gruppo dei bestemmiatori contrapposto al gruppo di preghiera, e neppure i frequentatori del locale equivoco contrapposti ai volontari della carità. Tutti sono accomunati dalla sorpresa di vedersi accolti o respinti in base a qualcosa di cui neppure si sono accorti. È che in entrambi si è maturato un certo assetto di vita del quale a un certo punto uno non si rende più conto, è come il respirare. L’abitudine a espungere l’altro dal proprio orizzonte o l’abitudine a non chiudere  gli occhi sul suo appello diviene, appunto, un modo di essere.

Non ha più senso contare quante elemosine abbiamo fatto o quante volte siamo andati in visita  alla casa di riposo o in carcere. Si tratta di un’identità che si è creata e ci connota in un senso o nell’altro, come le rughe di espressione che ci ritroviamo nella foto del passaporto. E perciò ha anche poco senso tentare letture progressiste o riduttive di questo brano, del tipo: questo atteggiamento vale per tutti i poveri o solo per alcuni? Devono essere poveri cristiani? Devono essere poveri italiani (come si dice spesso: pensiamo prima ai nostri)? Vale per tutti i poveri e bisognosi? Anche i clandestini? Anche quelli poco simpatici? Anche quelli che hanno a loro volta difetti e peccati? Sono domande alla fin fine farisaiche, nel senso deteriore del termine,  un tentativo di manipolazione per difendersi da richieste che sentiamo eccessive, e che tentiamo di disinnescare, come la richiesta di perdonare al fratello (cf. Mt 18,21), o non rispondere al male col male (cf. Mt 5,39).

Come diceva Amleto, il problema è «essere o non essere», più che fare o non fare. O meglio, il problema è esser-ci o non esser-ci,  in quel  luogo con quella persona, guardando la realtà che porta con sé, riconoscendo  la sua storia. Esserci non vuol dire avere le idee chiare, le risposte per tutto, ma mettere comunque in gioco se stessi; non esserci significa essere persi dietro i concetti, pregiudizi, schemi, illusioni che popolano i nostri orizzonti, mentre il Signore stesso nel povero, visitava la nostra vita.

*Cappellano del carcere di Prato

Cristo re e giudice ma anche pastore
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