Commento al Vangelo
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Fontane di perdono

24ª Domenica del Tempo ordinario. Perdono è il nome di Dio, perdonato è il nome dell'uomo, perdonare il suo compito. A questo livello di consapevolezza introduce una pagina evangelica, il cui inizio riferisce di un dialogo tra Pietro e Gesù relativamente al quante volte perdonare chi pecca contro di te. In Pietro ciascuno legga se stesso e il massimo della propria generosità: «Fino a sette volte?».
DI GIANCARLO BRUNI

Parole chiave: vangelo (644)

24ª Domenica del Tempo ordinario. Letture: Sir 27,30-28,7; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35. «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette»

di GIANCARLO BRUNI
Eremo delle Stinche - Panzano in Chianti

1.Perdono è il nome di Dio, perdonato è il nome dell'uomo, perdonare il suo compito. A questo livello di consapevolezza introduce una pagina evangelica, il cui inizio riferisce di un dialogo tra Pietro e Gesù relativamente al quante volte perdonare chi pecca contro di te. In Pietro ciascuno legga se stesso e il massimo della propria generosità: «Fino a sette volte?». A cui si contrappone quella di Gesù e in lui di Dio suo Padre: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». Il metro del perdono non ha misura, non ha limite, appartiene all'ordine del sempre perché «eterna è la sua misericordia» (Sal 136) e mai venuto meno è il suo desiderio di ridare all'uomo che opera il male la possibilità di sempre nuovi inizi. Perdonare è liberare l'uomo dal legame con il suo prima negativo reintroducendolo nella via del bene, è una libera e mai conclusa scelta di Dio tesa a rovesciare la logica della vendetta dettata dal risentimento e dal giustizialismo umani: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settanta volte sette» (Gen 4,24). Logica incapace di generare il nuovo sotto il sole, l'evento di una ripresa di relazioni amiche motivo di gioia e di pace. Gli incapaci di perdonare sono soli e tristi, e il loro volto convertito in muso ne è il racconto.

2. La parabola che segue ritorna sul tema arricchendolo di nuove sfaccettature. Nella prima delle tre scene (Mt 18,23-27) assistiamo a un servo-notabile di corte inadempiente nei confronti del suo re-signore, un debito così esagerato da non poterlo saldare in alcun modo. Sola via d'uscita è la supplica affidata alla «pazienza», letteralmente alla «grandezza d'animo» del suo signore, il quale «impietositosi», letteralmente « mosso a compassione», condona il grande debito lasciando andare libero e alleggerito il debitore. A voler dire che Colui che perdona sempre è il medesimo che perdona tanto, tutto, « l'assolutamente ingiustificabile, irreversibile e inescusabile». Un perdono scandaloso come scandalosi sono le sue viscere di tenerezza e il suo pensare in grande, traduzione di una speranza mai complice del male ma di chi è nel male, la speranza di chi brama sempre altri cominciamenti. Solo il perdono apre futuro e libera la bocca al canto. La comunità dei discepoli deve sapere con quale Dio ha a che fare, e Perdono senza limiti e senza eccezioni è il nome del Dio di Gesù, il «Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17), l'attento alla supplica di chi si affida alla sua magnanimità. La seconda scena della parabola (Mt 18,28-31) si sofferma su colui al quale molto è stato condonato e a sua volta incapace di rimettere un piccolo debito sordo a ogni supplica, causando dolore e indignazione nei con-servi, ira e giudizio nel re-signore, terza scena della parabola (Mt 18,32-34).

Il messaggio è evidente ed è in gioco la verità stessa dell'esperienza cristiana chiamata a non separare ciò che è inscindibilmente unito: il perdono donato costituisce i perdonati fontana attraverso cui l'acqua purificatrice e rigeneratrice del perdono si consegna alla compagnia ecclesiale e umana. Il dono dischiude al compito e disattendere questo provoca la collera di Dio, il mosso a compassione diviene il «mosso all'ira» che altro non è che una variante dell'amore, il dire con toni rigorosi e puntuali che il perdono non è mai copertura dell'ingiustizia ma trasformazione dell'ingiusto in nuova creatura. Il perdono esige come risposta  l'accoglienza e il prolungamento, esso è dentro un orizzonte di reciprocità: « Rimetti a noi i  nostri  debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Quando la coscienza si impedisce a questa consapevolezza l'ira è l'ultima risorsa rimasta all'amante per risvegliare l'amato alla propria verità di perdonato per perdonare.

3. Siamo al cuore del Vangelo in cui Dio in Cristo si rivela come il totalmente dedito con mente e cuore sconfinati al recupero dell'uomo prigioniero del suo male e del suo senso di colpa, ieri-oggi-domani, e in cui l'uomo è rivelato a sé stesso come disgraziato a cui è stata fatta grazia posto al centro del villaggio come fontana di «pietas» sovrabbondante in perdoni, ieri-oggi-domani. Dimenticarsi di questo è perdere la memoria del volto di Dio e dell'uomo secondo Dio, e beata quella Chiesa a cui Dio in Cristo provvede profeti dolci e forti fino alla collera che ricordano che negarsi a questo è votarsi a una vita nella grettezza, nella malvagità e nella tristezza, che consegnarsi a questo è entrare con il sorriso in spazi di vera grandezza dilatando mente e cuore ad altezza di Dio in compagnia di Cristo.

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