Commento al Vangelo
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Dal n. 15 del 13 aprile 2003

Gesù affronta in silenzio la passione

13 aprile, Domenica delle Palme. Una delle cose che più mi impressiona nel racconto della passione nel vangelo di Marco è il silenzio di Gesù. Questo diventa di nuovo evidente nella lettura liturgica della domenica delle Palme dove, come celebrante, mi viene riservata la parte di Gesù. Da quando viene arrestato nel Getsemani rare e brevi sono le sue parole: una dichiarazione quanto mai improbabile, vista la condizione del prigioniero, davanti al Sinedrio; un enigmatico «tu lo dici» davanti a Pilato; un grido grande articolato in una preghiera o meglio in una domanda prima di morire. Oltre queste pochissime parole e il suo silenzio, stanno le accuse, le false testimonianze, gli insulti, le percosse, i tradimenti, gli schiaffi, gli sputi, le torture, i chiodi, il supplizio della croce. Eppure quanta gente intorno a lui: le guardie del tempio, il sommo sacerdote e il Sinedrio, Pilato e i suoi soldati, i discepoli e Pietro, le donne e la gente. Tutti hanno qualcosa da dire. E Gesù tace. Una predica senza parole.
DI ANGELO SILEI

Letture del 13 aprile, Domenica delle Palme: «Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi, sapendo di non restare deluso». (Is 50,4-7); «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» (Salmo 21); «Cristo umiliò se stesso, per questo Dio l'ha esaltato» (Fil 2,6-11); «La passione del Signore» (Mc 14,1-15,47)

DI ANGELO SILEI
Una delle cose che più mi impressiona nel racconto della passione nel vangelo di Marco è il silenzio di Gesù. Questo diventa di nuovo evidente nella lettura liturgica della domenica delle Palme dove, come celebrante, mi viene riservata la parte di Gesù. Da quando viene arrestato nel Getsemani rare e brevi sono le sue parole: una dichiarazione quanto mai improbabile, vista la condizione del prigioniero, davanti al Sinedrio; un enigmatico «tu lo dici» davanti a Pilato; un grido grande articolato in una preghiera o meglio in una domanda prima di morire. Oltre queste pochissime parole e il suo silenzio, stanno le accuse, le false testimonianze, gli insulti, le percosse, i tradimenti, gli schiaffi, gli sputi, le torture, i chiodi, il supplizio della croce. Eppure quanta gente intorno a lui: le guardie del tempio, il sommo sacerdote e il Sinedrio, Pilato e i suoi soldati, i discepoli e Pietro, le donne e la gente. Tutti hanno qualcosa da dire. E Gesù tace. Una predica senza parole.

Chi può capire? E che cosa si può capire? Chi è capace di alzare il velo di questo silenzio e entrare nel mistero di questo Gesù e di questo dolore? Egli è solo. Assolutamente solo. Così ci dice l'antico racconto di Marco. Nessuno dei suoi amici è lì davanti a lui nell'ora della croce. Né Giovanni né le donne e neppure Maria. Solo da lontano alcune osservano. Solo più tardi si presenta uno sconosciuto, Giuseppe d'Arimatea. Di coloro che lo hanno ascoltato e seguito non c'è nessuno. Ci sono solo i passanti, e sacerdoti e scribi, a insultarlo e provocarlo. Anche i due crocifissi con lui non hanno che offese verso Gesù. Tutto sembra piombare nell'abisso di dolore e di solitudine dei mille e mille crocifissi. Anche Dio, che pure aveva fatto udire la sua voce nel battesimo e nella trasfigurazione, ora tace.

La risposta, o forse una risposta, è nel secondo evento impressionante di questo racconto: la dichiarazione del centurione che ha comandato l'esecuzione e che ora, l'unico, sta di fronte a lui. Egli dice: «veramente quest'uomo era Figlio di Dio!». Egli ha visto come è morto Gesù, ha sentito il suo grande grido e il suo ultimo respiro. Con i suoi occhi ha visto i suoi occhi: stava di fronte a lui. È lui, un pagano, colui che lo ha crocifisso, l'unico interprete della croce, l'unico «teologo» del Crocifisso. Di fronte al silenzio di tutti, discepoli e avversari, si alza la sua dichiarazione: era Figlio di Dio! Non è certo la fede piena, ma è un velo alzato sulla croce. Anzi: di più, è la croce come rivelazione. Ciò che prima nessuno era stato capace di dire su Gesù, viene detto ora, davanti a lui crocifisso. Né i miracoli né le parole né i gesti di Gesù avevano suscitato una risposta simile. Di lui si era arrivati a dire per bocca di Pietro: Tu sei il Cristo, il Messia! Solo ora davanti alla croce un pagano che non aveva visto miracoli (tutt'altro!) e che non aveva sentito parole (solo il suo grido) dice «era Figlio di Dio».

Per noi che leggiamo vuol dire che il nostro Dio, il Dio che ci si è fatto vicino in Gesù, si rivela soprattutto e massimamente nella croce, in quella solitudine, in quel silenzio, in quell'abbandono. Il suo silenzio ci rivela un Dio fatto servo assolutamente obbediente. La sua solitudine ci parla della nostra condizione, condivisa senza sconti, davanti alla morte. Il suo abbandono ci provoca davanti al mistero di Dio avvolto nella cappa del dolore.

L'ascolto di questo racconto è un momento alto nella liturgia della domenica delle Palme. Tutta la comunità cristiana è chiamata a confrontarsi con l'atteggiamento di coloro che si mossero intorno a Gesù in quelle ore, uniche di tutta la storia del mondo. Ma soprattutto è invitata a fare propria e ad assimilare la dichiarazione del centurione pagano. Dobbiamo tutti abbandonare ogni definizione frutto della sapienza e della religiosità umana e passare attraverso quelle parole per dire la nostra fede davanti a un Dio Crocifisso. È l'unica parola compatibile con il silenzio di Gesù.

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