Commento al Vangelo
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Gesù ci annuncia una nuova primavera

Domenica 18 novembre - XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria»

Parole chiave: Vangelo (644)

Avvicinandosi alla fine dell’anno liturgico, le letture della celebrazione domenicale (prima lettura Dn 12,1-3; Vangelo di Marco 13,24-32) prendono un colore drammatico, con tinte forte e contrastanti come un bosco in autunno, che conserva contemporaneamente la bellezza di questa tavolozza cromatica e la malinconia, come fosse il  canto del cigno di una vita che, almeno in apparenza, si va spegnendo. Sappiamo che non è così, che la natura si sveglierà a primavera, che vi sarà una rinascita. Ma per l’albero della storia?

La storia personale, la storia del mondo intero, conoscerà un percorso simile, oppure le tinte fosche, sanguinose, dei  contrasti, del venire a galla in modo irreversibile di contraddizioni insanabili, confluiranno semplicemente in un nero assoluto, nella perdita di ogni speranza, di ogni futuro? Per la Bibbia, abbastanza evidentemente, non è così. Si tratta di dolori del parto, quanto di più vitale si possa umanamente pensare (cf. Rm 8,22) , si tratta di cantarle chiare, di chiamare le cose con il proprio nome, anche se qualcuno potrà prendersela  per questo, come se Dio dicesse:  «guardate che le cose stanno in questo modo. Mi dispiace se i vostri schemi saltano, se le ideologie che dovevano portare libertà e redenzione fanno acqua, se il denaro sul quale avete scommesso la vostra vita è andato in polvere, se le speranze nella tecnologia e nel progresso vi si sono rivoltate contro, ma è così. E se è così, allora, guardate da un’altra parte».

Ed ecco che, paradossalmente, proprio in mezzo alla narrazione dell’esplosione dei contrasti che ribalteranno anche la luna e le stelle (come dice il profeta Isaia, citato da Gesù -cf. Is 13,10-), Cristo inserisce un’immagine delicatissima: il ramo di fico che diventa tenero e germoglia nuove foglie. Questo contrasta radicalmente con la visione di un altro profeta, Abacuc, che parla con toni simili dello sconvolgimento conseguente non a un sommovimento naturale ma per l’intervento di Dio a favore del suo popolo, per cui nel giorno del Signore «il fico non germoglierà» (Ab 3,17). L’annuncio di Cristo quindi non si limita ad affermare una somiglianza con il mondo naturale, per la quale anche la storia personale e del mondo conoscerà (dopo questa parentesi oscura) una nuova primavera, egli dice molto di più: gli sconvolgimenti  dei piani degli uomini, sono essi stessi primavera, essa non verrà dopo che tutto ciò sarà accaduto, è proprio il lievito che fermenta, che non può essere contenuto, è il vino nuovo che rompe gli otri vecchi, peggio per loro (cf. Mc 2,22). E’ un mondo vecchio che viene sconvolto perché incapace di contenere la novità di Cristo.

È vero che a tutti noi, probabilmente, questo non sembra affatto un annuncio gioioso, ma forse perché non abbiamo preparato sufficienti otri nuovi per accogliere il vino nuovo di Cristo, abbiamo provato a rattoppare quelli vecchi, a cercare sicurezze a buon mercato, a rimandare a domani le scelte necessarie. Ed ecco che in ogni tempo siamo chiamati a navigare in questi frangenti, a volte rischiosi e pericolosi, ad essere cantori di speranza non al fuori di questo mondo ma proprio in e per questo mondo, portando anche il peso di una storia caotica e violenta che noi stessi abbiamo contribuito a creare ma nella quale possiamo individuare anche i fremiti del germoglio che sboccia. Chiediamo di poter guardare l’orizzonte con occhi chiari della fede.

*Cappellano del carcere di Prato

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