Commento al Vangelo
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Gesù nasce dove lo si lascia entrare

Domenica 25 dicembre, Natale del Signore. «Dove dimori?» (Gv 1,38). Sono queste le prime parole rivolte a Gesù nel vangelo di Giovanni, una domanda non riducibile al significato scontato di alloggiare e a cui darà risposta l'intero scritto giovanneo. Gesù il risorto da sempre dimora presso Dio quale sua eterna Parola, rivolto verso il volto del Padre nell'atto di accoglienza di quei segreti che farà conoscere agli uomini suoi amici (Gv 1,1.18; 15,15).
DI GIANCARLO BRUNI

Parole chiave: vangelo (644)

Domenica 25 dicembre, Natale del Signore. Letture: Gv 1,1-18; Lc 2,16-21; Mt 2,1-12
di GIANCARLO BRUNI
Eremo delle Stinche - Panzano in Chianti

1. «Dove dimori?» (Gv 1,38). Sono queste le prime parole rivolte a Gesù nel vangelo di Giovanni, una domanda non riducibile al significato scontato di alloggiare e a cui darà risposta l'intero scritto giovanneo. Gesù il risorto da sempre dimora presso Dio quale sua eterna Parola, rivolto verso il volto del Padre nell'atto di accoglienza di quei segreti che farà conoscere agli uomini suoi amici (Gv 1,1.18; 15,15). Gesù il risorto inoltre, giunta la pienezza dei tempi (Gal 4,4), è «venuto ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14), nel suo Israele e nel mondo (Gv 1,14), con quel corpo fragile e mortale preparatogli dal Padre (Eb 10,5) e tessuto dallo Spirito nel grembo verginale di Maria (Mt 1,20-23), sua prima e singolare dimora terrena. Come sua prima casa sarà quella di Giuseppe e della sua giovane sposa, luogo in cui «il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui» (Lc 2,40.58); casa in cui Maria custodiva e meditava nel suo cuore (Lc 2,19.52) tutto quello che del bambino si diceva. Gesù il risorto infine continua a venire e ad abitare la terra nel povero con il quale si identifica (Mt 25,31-46) e in quanti aprono la porta al suo bussare (Gv 14,20-23; 15,4; 17,21-23; Ap 3,20).

In breve Gesù il risorto nasce e dimora là ove lo si lascia entrare, lì è il suo natale al mondo, il cuore dei suoi amici è la sua abitazione terrestre. E ciascuno e ciascuna comunità idealmente possono identificarsi con i personaggi dei Vangeli dell'infanzia, il fronte dell' «eccomi» alla sua venuta: Giuseppe, Elisabetta, Giovanni il Battista, Zaccaria, i pastori, Simeone, Anna, i Magi, gli angeli e Maria immagine di una accoglienza nella gioia, ruminata nel profondo e motivo di sofferenza nel vedere contraddetto il donato da Dio a resurrezione di molti (Lc 2,33-35), un «no» alla luce esemplificato da Erode.

Natale ci ricorda che 25 dicembre è ogni giorno del riconoscimento e della accoglienza di lui come luce che si annida nella tenebra e come vita che si annida nella morte per dar luogo al natale dell'uomo nuovo, il reso capace dalla potenza dell'Amore di sapersi per l'altro e dalla potenza della resurrezione di sapersi per l'eternità.

2. «Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto» (Lc 7,6). Queste parole del centurione sottolineano che nessuna creatura sotto il sole è in sé e per sé degna di ospitare il Sole di Dio che è Cristo. Ma non a caso è la stalla, metaforicamente il cuore irredento, il luogo in cui la stella della redenzione, liberamente e indipendentemente dal merito, ha deciso di nascere mosso da un grande sogno, convertire la stalla in stella, l'irredento in redento, il figlio della inimicizia in figlio della pace. Dire natale è dire nascita di Cristo nell'ignoranza e nel pregiudizio dell'uomo circa Dio in vista di una nascita a verità: il Dio di Gesù non fa paura ma viene nella forma indifesa di un bambino aperto all'accoglienza di tutti, felice nel vedere la crescita in saggezza di ciascuno e totalmente disponibile all'essere-bene e al bene-essere di ogni uomo.

Dire natale è dire nascita di Cristo nell'io irredento dell'uomo, l'io soggetto all'istinto della libidine del dominio sugli altri (il volto patologico e cattivo del potere); l'io soggetto all'istinto della libidine della merce, al punto da ridurre a cosa-mercato il corpo e la mente stessa dell'uomo (il volto patologico e cattivo dell'avere), e l'io soggetto all'istinto della libidine ansiosa del successo e dell'apparire (il volto patologico e cattivo della manifestazione del sé). Un nascere in vista della venuta alla luce di un tipo d'uomo redento, tale perché a immagine dell'Uomo che è Cristo: non padrone ma servo, non avido ma creatura di comunione e di condivisione di ciò che si è e si ha, non affannato di notorietà ma discreta presenza che irradia bontà nel fazzoletto di terra che mi è stato dato abitare.

Dire natale infine è dire nascita nella morte dell'uomo per redimere l'uomo dal potere della morte. Dio che è passione d'amore per l'uomo, come più volte abbiamo ripetuto, nella nascita del Figlio porta a compimento il suo prendersene cura; accettarne la presenza nella nostra stalla vuol dire nascere a redenzione, a stelle, e tali sono i resi amici di un Dio cantato, di un uomo custodito, diversamente gli siamo Caino, e di una vita che nessuna morte può spezzare per sempre.

3. «Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre» (Mt 2,11). Natale è nascita del Sole-Luce tra di noi e in noi in vista della nostra nascita alla relazione buona con Dio, con l'altro e con la morte. E quindi con se stessi. Ove ciò accade la stalla diventa la casa della Presenza, un frammento stabile di luce per i cercatori di luce di ieri, di oggi e di domani esemplificati dai Magi, così come la Chiesa lo è da Maria. Il suo senso stà nell'essere il luogo in cui la Luce dimora, è fatta trovare ed è donata; diversamente è Chiesa mai nata.

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