Commento al Vangelo
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I peccati del mondo e l’eroismo delle famiglie

Domenica 19 gennaio - II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
«Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo»

«Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1,29). Con questa esclamazione Giovanni il Battista riconosce l’inviato del Padre, il Pastore che si è reso agnello per salvare il gregge. L’orizzonte di tale riconoscimento non si restringe a una connotazione morale, ma acquista una prerogativa esistenziale. Richiama infatti quel «liberaci dal male», con cui si chiude la preghiera del padre nostro.  Gli «’anawîm» biblici erano i poveri in quanto «curvi sotto un peso», che è il fardello del proprio peccato e anche di quanto grava su ciascuno per le ingiustizie sociali.
C’è un’azione del male e un senso di pesantezza che in questo tempo avvolge anche i credenti. È l’impossibilità oggi per tante donne di essere madri a tempo pieno o di aprirsi ad una nuova vita, perché si sentono schiacciate tra casa e lavoro. È la zavorra che portano tanti padri che hanno perso l’impiego, o soffrono per un lavoro precario e tremano dinanzi alla domanda: «di cosa ti occupi nella vita?». Ma è anche semplicemente il tormento di chi vive sotto lo stesso tetto con la persona amata, eppure continua a tradirla con altri affetti.
Dio si è chinato al grido dell’uomo (cfr. Sal 39,2) ed è venuto a sollevare l’umanità, restituendole una nuova fecondità nello Spirito. E tutto questo passa per un sacrificio che consacra ciò che è toccato dall’amore: politica, affetti, amicizia, lavoro, impastando il tutto con il sacrum facere.
Non possiamo allora sminuire la potenza del Vangelo. C’è una Grazia che nel battesimo ci ha accolti, accarezzati, trasformati. Come dice san Paolo, siamo «santi per chiamata» (1 Cor 1,2). Diceva don Lorenzo Milani: «Noi, i possessori dell’Acqua che disseta per l’Eternità, a vendere gazzose nel bar parrocchiale, solo perché il mondo usa dissetarsi con quelle!» (in Esperienze pastorali p.244).
È l’invito ad andare controcorrente, per essere coraggiosi annunciatori della Parola che salva. Divenire figli nel Figlio significa avere i piedi ben piantati sulla terra, portando nel quotidiano un pezzetto di cielo e una capacità speciale di dono di sé. Come dice Papa Francesco in Amoris laetitia, questa è la Grazia che guida i credenti. «È amore malgrado tutto, anche quando tutto il contesto invita a un’altra cosa. Manifesta una dose di eroismo tenace, di potenza contro qualsiasi corrente negativa, una opzione per il bene che niente può rovesciare» (Amoris laetitia 118). Perché al buio la luce si vede di più. Cosi, nella società post-moderna diventano straordinari gli atti dell’amore familiare: coniugi che si perdonano le cadute, genitori che resistono nelle doglie del parto educativo degli adolescenti, figlie e nuore che con grande cura si dedicano a madri o suocere inferme. Ecco l’eroismo delle famiglie normali!
Si tratta per ciascuno di noi allora di far risplendere questa figliolanza con il divino, accogliendo l’invito del Padre Celeste: «È troppo poco che tu sia mio servo… Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,5-6).
*Vicario del vescovo di Grosseto

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