Commento al Vangelo
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Il Vangelo ci invita a mettere ordine nell’accoglienza

Domenica 28 giugno
XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
«Chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato»

Percorsi: Bibbia - Liturgia
Parola

Riordinare la vita in Cristo mi sembra essere il succo di questa ultima parte del discorso di Gesù alla Chiesa in uscita missionaria.
Mettere ordine negli affetti, che, se sregolati o vissuti egoisticamente, creano prigioni dorate, che soffocano le relazioni. Amare non significa trattenere per sé, ma aprire se stessi all’altro, all’interno di quel primato di amore, che riconosce a Dio il primo posto.
«Va onorato il padre, ma bisogna obbedire a Dio. Va onorato colui che ti ha generato ma va messo prima il Creatore» (S. Agostino, Sermo 100,2).
Il testo di S. Paolo sul battesimo ci ricorda che, mediante esso, noi siamo morti alla vita dominata dall’egoismo e rinati per camminare in una vita nuova e quindi in un amore nuovo, quello di Dio.
«Vuoi veramente amarti? Ama Dio con tutto te stesso: in Dio infatti ritroverai anche te stesso, mentre in te tu ti perdi. Se ami te stesso, cadrai da te stesso, e andrai cercando molte cose invece che te stesso» (S. Agostino, sermo 179A, 4).
I due detti, quello sul portare la croce e quello sulla vita «tenuta per sé» o persa per «causa sua», determinano le relazioni con i fratelli.
Mettere ordine nella «accoglienza» è possibile, a patto di cogliere il valore della sofferenza, chi vive sotto il segno di sé stesso non accoglierà mai nessuno.
L’egoista non saprebbe nemmeno condividere un bicchiere di «acqua fresca». L’avarizia è l’icona della «vita per sé».
Accogliere i «profeti» significa accettare ciò Spirito suscita, in uomini e donne, per edificare la Chiesa.
Per esempio Santa Caterina da Siena, Santa Teresa d’Avila, nel nostro tempo Madre Teresa, i grandi pontefici San Giovanni XXIII, San Paolo VI, San Giovanni Paolo II e oggi il pontificato di Papa Francesco.
Accogliere i «giusti» significa guardare i propri fratelli nella fede non come persone da giudicare ma come portatori di ricchezze, oggetto di stima e perché no messaggeri di buone notizie.
Accogliere i «piccoli» significa guardare ogni debolezza, ogni povertà come una chiamata di Dio a «farsi prossimo», a non passare oltre come il levita e il sacerdote della nota parabola. Ricordiamo il detto di San Vincenzo de Paoli alle suore della carità: se siete in coro e bussa un povero, lasciate il coro, voi «lasciate Dio per Dio».
La vicina festa di San Pietro e San Paolo ci illumina sul detto della croce. Entrambi l’hanno respinta, Pietro con il rinnegamento, Paolo perseguitando la Chiesa. Entrambi sono rinati nell’incontro con il Risorto, sono usciti dalla mentalità del «tenere per sé la propria vita», Pietro per paura, Paolo per ossessione della Legge.
Il Signore li ha portati a «perdere» quello che credevano importante per una cosa migliore: l’amore di Cristo. (cfr. Fil.3,1-14)
Pietro con la morte in croce, Paolo decapitato,  nel dono della loro vita, hanno fondato la Chiesa di Roma.

Il Vangelo ci invita a mettere ordine nell’accoglienza
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