Commento al Vangelo
stampa

Il peccatore che io sono

XXX Domenica del Tempo ordinario. La preghiera è un dono che introduce in un rapporto con un Tu attraverso il quale gli oranti vengono iniziati a una profonda conoscenza di sé e di Colui che contemplano e ascoltano nel silenzio. La preghiera è luogo e via di illuminazione come illustra magistralmente la parabola di Gesù.
DI GIANCARLO BRUNI

Parole chiave: vangelo (644)

XXX Domenica del Tempo ordinario. Letture: Sir 35,15b-17;  2Tm 4,6-8.16-18;  Lc 18,9-14. «Il fariseo e il pubblicano»
di GIANCARLO BRUNI
Eremo delle Stinche - Panzano in Chianti

1. La preghiera è un dono che introduce in un rapporto con un Tu attraverso il quale gli oranti vengono iniziati a una profonda conoscenza di sé e di Colui che contemplano e ascoltano nel silenzio. La preghiera è luogo e via di illuminazione come illustra magistralmente la parabola di Gesù.

2. Nella preghiera del fariseo viene posto in evidenza un tipo d'uomo presente in ogni dove che si ritiene religioso e giusto. Un ritenersi tale per due ragioni: l'una di ordine negativo: «Non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano» (Lc 18,11), l'altra di ordine positivo: io «digiuno…pago le decime» (Lc 18,12) e disprezzo chi non si comporta come me (Lc 18,9). Un pregare nella fierezza, «stando in piedi» (Lc 18,11) a testa alta, ringraziando del suo modo di essere lo stesso Dio: «O Dio, ti ringrazio» (Lc 18,11). In realtà siamo dinanzi alla caricatura dell'uomo religioso, a una «presunzione di giustizia» (Lc 18,11) come afferma Gesù. Caricatura a cui è via l'essere centrati su di sé, io non sono - io digiuno - io pago, da divenire metro di misura di quanto sta intorno.

Ma la via del paragone con i ritenuti inferiori a sé sia religiosamente che eticamente, congiunta alla via dell'osservanza formale di determinate norme, non conduce alla meta dell'uomo giusto secondo Dio ma all'illusione di esserlo. Di fatto nasce il contabile dei proprio meriti in base ai quali giustificare sé stessi e condannare gli altri.

L'unico paragone dato per arrivare alla vera conoscenza di sé è il Padre: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36; Mt 5,48), quella forte compassione che non esclude l'ingiusto e di cui Gesù è la narrazione storica. Un amare i non amabili a tal punto, fino alla croce, da aprire gli occhi sulla propria reale condizione di distanti da quella pietas divina verso ingiusti, ladri, adulteri, pubblicani e farisei stessi. Distanza che ci qualifica come peccatori. Verità dell'essere a cui non è pervenuto il fariseo perché incapace di preghiera, di vera relazione con Dio. Egli sale al tempio non per contemplare ciò che Dio è e per ascoltare ciò che Dio dice, e questo avanti ogni risposta umana, ma per fare di Dio uno spettatore della sua presunta giustizia, per dirgli che egli è davvero un uomo che può camminare a testa alta.

Nel fariseo non è avvenuto il passaggio dall'io a Dio, dal soliloquio all'ascolto, dal monologo al dialogo. Totalmente pieno di sé, delle sue opere e dei suoi disprezzi non c'è posto in lui per un Dio ridotto a «complemento oggetto» (E. Charpentier) e per la sua giustizia (Lc 18,14). La quale consiste in un amore capace di sanare e di perdonare gli iniqui dischiudendoli, da giustificati, a fare altrettanto agli altri. Un Dio diverso da come lo immaginava il fariseo, il Dio dell'esattore delle imposte, il peccatore per eccellenza. Il pubblicano è capace di pregare, di stare davanti a Dio: «a distanza» (Lc 18,13), sa di esserlo da lui e dalla sua via, «senza alzare gli occhi al cielo» (Lc 18,13), sa di non avere meriti da esibire e di nulla meritare, «battendosi il petto» (Lc 18,13), sa che il suo male viene dal suo cuore e dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13) (Sal 31,10; 51,3), l'invocazione dell'assemblea liturgica in Israele e nella Chiesa.

Il pubblicano non affida il riscatto della sua vita devastata a sé stesso ma unicamente alla misericordia di Dio offrendogli un profondo sgombro dalla superba esaltazione di sé, e l'amore di Dio in lui adempie il miracolo di un ritorno a casa giustificato, creatura nuova a immagine di Dio, conforme a Cristo.

3. La preghiera è un dono che libera da sé e apre gli occhi e l'udito del cuore al Volto e alla Parola, iniziati a una elementare conoscenza. Falso e non giusto è l'uomo pio o religioso che «ringrazia Dio» e «disprezza gli altri», che «osserva le regole» e «prende le distanze dai non osservanti», che presume di «meritare Dio e la sua approvazione» attraverso la «contabilità dei suoi meriti» e che si illude di «parlare a Dio» mentre «parla solo di sé stesso a sé stesso». Uomo religioso vero è invece chi prega così: «Ti benedico Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai pietà del peccatore che io sono» (A. Louf). Lì iniziano cose nuove. Preghiera pertanto come via al grande incontro con la Luce e modo di pregare come indice se l'evento avviene nella verità o meno.

Il peccatore che io sono
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento