Commento al Vangelo
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Dal n. 41 del 17 novembre 2002

Il signore vuole al suo servizio uomini creativi e coraggiosi

Oggi è la trentatreesima domenica del tempo ordinario, la penultima domenica dell'anno liturgico, che si concluderà con la Festa di Cristo Re, e la Chiesa con la parabola dei talenti ci avverte: è vicina la resa dei conti dinanzi a Dio, il quale ci ha affidato «i suoi beni», dando «a ciascuno secondo le sue capacità».
DI SILVANO PIOVANELLI

Letture del 17 novembre, 33ª domenica del Tempo Ordinario: «La donna perfetta lavora volentieri con le sue mani»; (Pro 31,10-13.19-20.30-31); «Beato chi cammina nelle vie del Signore» (Salmo 127); «Come un ladro di notte, così verrà il giorno del. Signore» (1 Ts 5,1-6); «Sei stato fedele nel poco: prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,14-30)

DI SILVANO PIOVANELLI
Oggi è la trentatreesima domenica del tempo ordinario, la penultima domenica dell'anno liturgico, che si concluderà con la Festa di Cristo Re, e la Chiesa con la parabola dei talenti ci avverte: è vicina la resa dei conti dinanzi a Dio, il quale ci ha affidato «i suoi beni», dando «a ciascuno secondo le sue capacità».

Tu sei «figlio della luce», perché Cristo ti ha illuminato e non devi temere il buio delle tenebre. Tu sei una persona «sveglia», perché Cristo ti ha svegliato con la sua risurrezione e devi testimoniarlo con la tua vita. Devi, perciò, come ha detto Gesù nel Vangelo, «compiere le opere di Dio, finché è giorno» (Gv.9,3), «camminare mentre hai la luce» (Gv.12,35). Non devi essere un servo inattivo e infingardo, ma un discepolo che s'impegna con tutte le sue capacità per far crescere nella storia il Regno di Dio. È il messaggio che la parabola dei talenti vuole consegnarci.
Ad un ascolto superficiale la parabola può risultare imbarazzante. Infatti il racconto sembra legato all'etica della borghesia commerciale e capitalista. È esigentissimo il padrone che vuole riavere i suoi beni raddoppiati. Il servo fannullone è castigato severamente anche se ha riconsegnato interamente il capitale ricevuto. Ma ormai sappiamo bene che la parabola, ogni parabola, va intesa, al di là della concretezza del racconto, secondo il messaggio che vuole consegnarci. Spesso poi nell'interpretazione l'accento è stato posto sulle «opere» e questo è certamente parziale. Mentre il senso generale della parabola è ben specificato dal premio e dal castigo finale, che è «prendere parte alla gioia del padrone» o esserne esclusi e gettati fuori nel pianto. Lo esprime bene un poeta indù: «Quando ho trovato il vero, mi sono aggrappato al vero,/ ho fatto commercio del vero,/ e andando a vendere il mio carico di veri tesori,/ sono arrivato accanto al tesoriere./ Egli è la perla, la gemma, il diamante./ Egli è il gioielliere./ Fai dello Spirito l'animale da soma, dell'amore la strada,/ e riempi le tue bisacce di sapienza.../ Dice Kabir: O santi, ascoltate,/ fruttuoso è stato il mio viaggio!».

La severità della parabola si spiega forse perché l'evangelista colloca la parabola dei talenti, con quella delle vergini e del giudizio finale, immediatamente prima del racconto della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo. Il Figlio dell'uomo sta per partire ed affiderà il Regno ad uomini di fiducia incaricati di farlo fruttificare. Ma, come ci dice Papa Paolo VI nell'esortazione apostolica «L'evangelizzazione nel mondo contemporaneo» (1975), «il Regno - la vita di preghiera, l'ascolto della Parola e dell'insegnamento degli Apostoli, la carità fraterna vissuta, il Pane spezzato - non acquista tutto il suo significato se non quando esso diventa testimonianza, provoca l'ammirazione e la conversione, si fa predicazione e annuncio della buona novella» (EN,15). Il talento che hai ricevuto va fatto fruttare, è come un seme e dipenderà da te che il seme diventi un albero e produca il suo frutto.
Questa parabola dichiara la nostra libertà e sottolinea la nostra responsabilità. Il servo infingardo viene biasimato e punito perché non ha agito liberamente, non ha voluto correre rischi e, per paura, ha scelto il minimo indispensabile. Il Signore vuole, al suo seguito, non un popolo di schiavi e di gente impaurita, ma di uomini liberi e creativi, lieti di rispondere all'amore con la generosità dell'amore.

Il signore vuole al suo servizio uomini creativi e coraggiosi
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