Commento al Vangelo
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Io sono il pane vivo disceso dal cielo

12 agosto, 19ª domenica del Tempo ordinario. Letture: 1 Re 19,4-8; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51. «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo»

Parole chiave: Vangelo (644)

1.Compito prioritario del cristiano nel tempo presente è conservare viva la domanda di senso e la memoria di Gesù come porta che vi introduce (Gv 10,7), come pastore che vi conduce (Gv 10,11.14), come via che vi accompagna (Gv 14,6). Un Tu davvero pane e luce (Gv 8,12; 9,5) ai pellegrini in cammino verso la terra promessa di giorni veri perché vissuti in un amore dato e ritrasmesso che ha il sapore dell’eternità. Un sogno che neppure il duro principio della realtà, del così stanno le cose, deve spegnere. E’ una responsabilità nella mitezza, nella umiltà, nella dolcezza e nel dialogo da mai disattendere, è un atto di amore in un mondo e nei confronti di un mondo che ai cristiani domanda uno stile di vita conforme a quello del suonatore di flauto (Mt 11,17), dell’inviato a portare un lieto messaggio (Lc 4,18) e del venuto a porre sulle spalle dell’uomo un giogo dolce e un peso leggero (Mt 11,30). Conforme a Gesù-pane che si offre alla bocca dell’uomo perché l’uomo diventi ciò che mangia: pane, musica, racconto di buone notizie e presenza leggera nel villaggio umano. E’ pertanto di fondamentale importanza non sbagliare l’immagine di Gesù, il chi è e il chi è per noi, diversamente sbagliamo l’immagine di Dio e la nostra. Immagine nella tradizione cristiana riassunta nella variegata testimonianza neotestamentaria, compreso Giovanni 6,41-51.

2.Esiste una storia mai conclusa degli approcci a Gesù, ad esempio quella della comunità giovannea che contempla nel «figlio di Giuseppe», un uomo di cui si conoscono padre e madre (Gv 6,42), l’ «Io sono il pane disceso dal cielo» (Gv 6,41), l’ «Io sono il pane della vita» (Gv 6,48), l’ «Io sono il pane vivo» (Gv 6,51) e tale pane «è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). Una visione in cui definire l’uomo Gesù «pane disceso dal cielo» equivale a dirlo parola inviata da Dio, mentre il «passaggio dal pane alla carne»: « Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51), rimanda al sacrificio dell’agnello (Gv 1,36). A questa rivelazione di Gesù come pane vivo che trasmette vita introduce il Dio stesso rivelato da Gesù: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Gv 6,44). Padre la cui volontà è «che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 6,40), cioè la comunione con Dio e con il suo amore che sono permanenti. Il pensiero dell’evangelista è chiaro, da un lato l’uomo con la sua domanda di identità, di orientamento e di approdo e dall’altro lato Gesù come principio di identificazione dell’uomo in termini di figlio di Dio (1 Gv 3,1-3), di inviato alla terra per esserne il riflesso di amore e di destinato alla vita eterna. Un Gesù donato dal Padre e a cui il Padre attrae gli affamati di una profonda conoscenza del Sé, non un dono passeggero come la manna ma un pane mangiare il quale significa non morire più di fame saziati una volta per tutte (Gv 6,35.48-51) dalla sua attesa sapienza (Pr 9,1-6; Sir 24,19-22). Saziati della visione ineffabile della propria verità, «chi vede me vede l’uomo» (Gv 19,5), e saziati della ineffabile contemplazione del suo Dio, «chi vede me vede il Padre» (Gv 14,9) come pane che si spezza per l’uomo e che si consegna in pasto all’uomo per deporre in lui questa sua immagine, all’uomo origine di una lettura di sé come amato dal Padre per amare come il Padre a similitudine di Cristo. Porta d’ingresso a questa visione che  ininterrottamente (Gv 6,41.61) fa discutere (Gv 6,52) è l’atto del credere a cui si oppone il «mormorare», verbo dell’incredulità (Es 16,2.7.8.12).

3.Un credere che in Giovanni equivale ad accettare come vera la parola-messaggio di Gesù (Gv 2,22;4,21-50; 1Gv 3,23) e ad aderire alla sua persona (Gv 2,11; 3,16.18.36; 4,39) di Unigenito Figlio di Dio (Gv 1,12; 2,23; 3,18; 1 Gv 5,13). Quel figlio di Giuseppe è il Figlio unico di Dio inviato da Dio come pane di vita a un mondo affamato di vita, di ragioni che aprano la vita al senso, ragioni raccontate dalla sua stessa verità di figlio amato, di fratello che ama e di risorto nel mondo dell’amore. Presenza e ragioni che l’orecchio ascolta e che la bocca mangia: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). Gesù è un pane il cui amore per il mondo è stato narrato in un corpo frantumato e dato in cibo, il cui amore per il mondo vuole continuare a essere narrato in corpi frantumati e dati in cibo, corpi resi tali dall’atto del mangiare. Ciascuno viene assimilato al cibo che mangia. Il discorso continua.

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