Commento al Vangelo
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Dal n. 1 del 4 gennaio 2004

L'Epifania e il mistero del viaggio dei Magi

Un telecronista, che nei giorni prima di Natale annunciava i programmi, ha concluso ricordando la «leggenda dei re Magi», confondendo le favole con il Vangelo. Se ne sentono anche di peggio, ma intanto sarà bene insistere e rivalutare l'episodio dei Magi per quello che è: in realtà un secondo Natale, poiché in quella occasione tutti i popoli della terra vennero chiamati alla salvezza.
DI CARLO CAVIGLIONE

di Carlo Caviglione
Un telecronista, che nei giorni prima di Natale annunciava i programmi, ha concluso ricordando la «leggenda dei re Magi», confondendo le favole con il Vangelo. Se ne sentono anche di peggio, ma intanto sarà bene insistere e rivalutare l'episodio dei Magi per quello che è: in realtà un secondo Natale, poiché in quella occasione tutti i popoli della terra vennero chiamati alla salvezza.

Per la nascita di Gesù, i pastori erano stati avvertiti da un angelo, i Magi invece «hanno visto sorgere la sua stella». Resterà per noi sempre un mistero, come abbiano potuto capire che quella stella era la «sua», del nato re dei Giudei, che venivano ad adorare. Possiamo fare un'ipotesi. I Magi, che secondo Matteo non erano tre ma «alcuni», certo erano dei sapienti e degli studiosi. Scrutavano anche le stelle ma con animo religioso. Certamente pregavano.

Possiamo dedurne facilmente che studio e preghiera abbiano consentito a quei saggi di cogliere un segno divino. Una stella nel cielo la vedono tutti, ma solo i Magi hanno saputo interpretare quel segno nel cielo. Era la chiamata di Dio, la loro vocazione alla fede. Per noi, non sempre sono le stelle ad indicarci il cammino, ma Dio si serve anche di altri «segni», che siamo chiamati a non trascurare nella nostra vita. Segni del suo invito e della sua bontà.

I Magi venivano «da Oriente» ossia da lontano. Ma stupirono quelli che erano vicini, anzi «Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme!». Erano più vicini, ma non ne sapevano niente, quanto meno furono colti di sorpresa. Eppure «sommi sacerdoti e scribi» conoscevano le Scritture, seppero citare le parole precise del profeta, che annunciava la nascita a Betlemme di «un capo, che pascerà il mio popolo, Israele». Sapevano ma non si mossero. Erode poi voleva andare, ma non per adorarlo. Si possono dunque conoscere le Scritture, ma non saperle interpretare. Peggio, conoscere il Vangelo e non metterlo in pratica. Taluni credono di essere più vicini a Dio perché vanno in chiesa, ma - direbbe Gesù stesso - «le loro opere sono malvagie».

I Magi non appartenevano al popolo di Israele. Erano dei pagani, i primi chiamati a riconoscere ed adorare il Salvatore. Premio della loro risposta alla chiamata è stata «una grandissima gioia», quella stessa che l'angelo aveva annunciato ai pastori. La salvezza veniva in terra per tutti gli uomini, nessuno escluso. Tutti i popoli erano chiamati a far parte dell'unico popolo di Dio: verranno da Oriente e da Occidente e sederanno insieme ad Abramo.
Forse mai come al nostro tempo si vedono realizzate queste parole. Basterà trovarsi la domenica in Pazza San Pietro o in una chiesa di periferia dove celebra un prete africano. Non esistono più confini e il Vangelo è davvero diffuso su tutta la terra. Con un fatto però: che mentre da noi la fede è in crisi e sta languendo, in altre parti del mondo cresce sempre più vigorosa. Come aveva detto Gesù: gli ultimi saranno i primi.

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