Commento al Vangelo
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L’adesione a Cristo, il lievito e la massa

Domenica 30 settembre- XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Chi non è contro di noi è per noi».

Parole chiave: Vangelo (644)

La liturgia di questa domenica gioca su una contrapposizione dalle diverse sfaccettature, ovvero quella fra vicini e lontani, interni ed esterni, «nostri» ed estranei, un tema di grande importanza per la comprensione del messaggio di Cristo e del compito affidato alla sua comunità.

Sia nel Vangelo (Mc 9,38-48) che nella prima lettura (Nm 11,25-29), assistiamo infatti a una sorta di irregolarità che si sta compiendo: un tale scaccia demoni in nome di Cristo pur non essendo nel novero dei discepoli, mentre al tempo di Mosè due persone profetizzano pur non avendo avuto un’ investitura ufficiale. In entrambi i casi è espresso chiaramente un giudizio positivo sulla questione: ben venga tutto ciò, dice Mosè; tutto gioca a nostro favore, ribadisce Cristo, ma ciò non toglie che il «battitore libero» nella Chiesa, come forse anche in altri gruppi sociali, crei spesso disagio e apprensione.

Nel Vangelo stesso troviamo un annuncio che sembra l’anticipo di quello di oggi: «chi non è con me è contro di me» (Mt 12,30), dirà Cristo con il risultato di innescare un dilemma come quello dell’uovo e la gallina. Non si tratta, in realtà, di affermazioni totalmente inconciliabili: l’adesione a Cristo è certamente fondamentale, anche in modo non del tutto strutturato, germinale, ma quando si tratta di valutarne la genuinità, ecco che anche nella Chiesa probabilmente si preferiscono criteri di appartenenza più oggettivi. In At 19,15 alcuni giudei (quindi ormai «esterni») che avevano iniziato a operare esorcismi in nome di Cristo si trovano malmenati dall’indemoniato che li apostrofa: «conosco Gesù... ma voi chi siete?». Non parliamo poi delle scaramucce di Paolo con altri annunciatori non meglio identificati che si rimpallavano l’un con l’altro dubbi sul rispettivo curriculum cristiano (cf.2Cor 11,4-6).

Non c’è da scandalizzarsi di questo, fa parte delle dinamiche dei rapporti umani, però in questo modo viene perduta la feconda intuizione espressa nelle letture di oggi. Dio è sovranamente libero nei suoi rapporti con le sue creature, offre luce, doni e carismi, senza limitarsi unicamente alle strette vie istituzionali, proprio perché esse, istituzioni e strutture, rimangano atte ad offrire quello per cui sono nate, una via di incontro con un annuncio che travalica ogni aspettativa e non una conventicola di eletti, o di pasdaran di un dottrina. È una visuale ad ampio raggio, che ci parla di un Dio che apre i tesori della sua grazia in modo sovrabbondante (cf. 2 Cor 4,15), che il Concilio ha riespresso in Gaudium et Spes 22 laddove afferma la presenza della grazia divina in tutti gli uomini di buona volontà e la possibilità, per ciascuno, di «essere associati, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale». Si tratta di una visuale che non può essere liquidata in modo superficiale come utopica, né sterilizzata a forza di commi e codicilli per tornare a un’idea ristretta di una Chiesa arroccata su se stessa, impaurita dalla grandezza del compito ricevuto e presa dalla sindrome di accerchiamento.

Può anche darsi che la Chiesa oggi stia scivolando verso l’insignificanza, e che questo possa provocare ansia e tentativi di tamponamento delle falle, occorrerà certo discernimento e anche un atteggiamento penitenziale che riconosca le proprie inadempienze. Ma è pur vero che il lievito deve comunque disperdersi nella massa e che ogni maestro realizza il suo compito quando diventa inutile, quell’inutilità già annunciata da Cristo (cf. Lc 17,10) come distintiva per i suoi servi.

*Cappellano del carcere di Prato

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