Commento al Vangelo
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Dal n. 42 del 23 novembre 2003

La croce è il trono di Cristo Re

Letture di domenica 23 novembre, Solennità di Cristo Re dell'Universo. Grande festa, questa che chiude l'anno liturgico, poiché oltre il suo originale stile apologetico, racchiude un contenuto biblico e teologico di eccezionale potenza. Infatti, pur orientando la riflessione sulla seconda venuta del Cristo, si propone essenzialmente come considerazione del mistero pasquale di Lui, dal quale scaturisce quella regalità tipica del Suo Regno, con il coinvolgimento di coloro che intendono aggregarvisi, una volta divenuti figli di Dio e quindi passati dalla schiavitù alla libertà, divenuti anche popolo regale e sacerdotale.
DI ICILIO ROSSI

Letture di domenica 23 novembre, Solennità di Cristo Re dell'Universo: «Il suo potere è un potere eterno» (Dn. 7,13); «Venga Signore il tuo Regno di luce» (salmo 92); «Il principe dei re della terra ha fatto di noi un regno di sacerdoti» (Ap. 1,5); «Io sono re» (Gv 18).

DI ICILIO ROSSI
Grande festa, questa che chiude l'anno liturgico, poiché oltre il suo originale stile apologetico, racchiude un contenuto biblico e teologico di eccezionale potenza. Infatti, pur orientando la riflessione sulla seconda venuta del Cristo, si propone essenzialmente come considerazione del mistero pasquale di Lui, dal quale scaturisce quella regalità tipica del Suo Regno, con il coinvolgimento di coloro che intendono aggregarvisi, una volta divenuti figli di Dio e quindi passati dalla schiavitù alla libertà, divenuti anche popolo regale e sacerdotale.

«Il suo potere è eterno»
Tale decisa affermazione, ci porta al cuore della questione principale: l'identità della figura di questo re è legata, in Daniele, a quella del «Vegliardo» che farà regnare «uno simile ad un figlio d'uomo». E sarà proprio Gesù ad interpretare, in tale figura, la sua funzione di giudicare il mondo, nella missione escatologica che con Lui si inaugura nell'avvento del suo Regno che mai tramonterà. Se Daniele, come è nella finalità del libro, intende sostenere la speranza e il coraggio degli Ebrei perseguitati, il suo messaggio definitivo, però, va nella direzione della sicurezza offerta da un Dio che comunque sempre trionferà, nonostante le apparenze contrarie. A questo punto risulta superato il messianismo davidico, perché non si tratta di un regno terrestre: il Regno di Dio nella sua pienezza e totale realizzazione è certamente proteso nel presente e nel futuro come ci invita a pensare la preghiera «venga il tuo Regno». Per questo Gesù afferma che il Regno «è già venuto, è in mezzo a noi». In realtà Cristo, Re Messia, con la sua regalità, come vuole il quarto Vangelo, trascende questa terra, superando la prospettiva politica e mondana e l'affermazione tanto più forte quanto più vera la troviamo proprio nella sua passione e morte di croce, con la dicitura che non a caso Pilato vuole lasciare immutata «Gesù Nazareno, Re dei giudei».

«Il mio Regno non è di questo mondo»
La risposta di Gesù a Pilato, vuol chiarire la natura del suo Regno e della sua Regalità. Per meglio comprendere, sarà utile richiamare il messaggio dell'Antico Testamento. Nel Cantico di Mosè, il Signore è acclamato «re», perché ha mirabilmente liberato il suo popolo e lo ha guidato, con sapienza e amore, alla comunione con lui e con i fratelli, nella gioia della libertà acquistata. (Es. 15). In Isaia, la fede nel Signore «re», appare totalmente permeata dal tema della salvezza. (Is. 6,1). Ma questa fede nella regalità salvifica del Signore, impedì che nel popolo dell'Alleanza, la monarchia si sviluppasse in modo autonomo come presso le altre nazioni: il re è l'eletto, l'unto del Signore, e, come tale, lo strumento mediante il quale Dio stesso esercita la sua sovranità su Israele (1 Sam. 12,12). Saranno i profeti ad annunciare una nuova alleanza nella quale il Signore stesso sarà la guida salvifica e regale del popolo rinnovato. Gesù fa riferimento a questa speranza del Vecchio Testamento e la proclama adempiuta. Infatti Gesù dirà che il Suo Regno è già operante nella parabola del seminatore, orientando a guardare l'abbondanza dei frutti alla fine del tempo. Anche la parabola del seme che cresce da solo, vuol sottolineare che il regno non è opera umana, ma dono dell'amore di Dio che agisce nel cuore del credente e guida la storia umana. Sarà, poi, sempre con il Signore chi avrà accolto il Regno che «distruggerà» i figli del maligno. Le parabole del tesoro nascosto e della perla preziosa, esprimono infine, il valore supremo ed assoluto del Regno: chi lo comprende, affronta ogni sacrificio per entrarci.

«Venga Signore il tuo regno»
Tale preghiera nella Chiesa nascente si polarizza sulla storia di Gesù, «passato per il mondo facendo del bene e risanando». Allora, non un regno umano ma piuttosto ciò che Gesù disse e fece, liberando da quelle forze che non consentono di essere uomini, guarendo i corpi, perdonando i peccati, cercando la comunione tra i più «poveri»! Tutto questo che dice anche a noi appartenenza al suo Regno, non costituisce argomentazioni apologetiche su Gesù Messia, ma indicazioni di un cammino da percorrere, iniziato da Lui, verso la pienezza di vita, nel futuro di Dio che incide nel presente. La proposta di Cristo di entrare nel suo regno non è né assurda né vana quasi fuori dal fine della storia, ma piuttosto suscitatrice di libertà e dignità, espressione della vita che ci dona, sia pure attraverso la croce e la morte, strada insolita, sconosciuta ai dominatori di questo mondo.

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