Commento al Vangelo
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La fede e le opere, due facce della medaglia

Domenica 16 settembre - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Tu sei il Cristo. il Figlio dell’uomo che deve molto soffrire».

Parole chiave: Vangelo (644)

La scorsa domenica abbiamo ascoltato la narrazione della guarigione del sordomuto riconoscendo in essa il nostro stesso bisogno di apertura alla parola, e il brano evangelico di oggi (Mc 8,27-35) ci mostra, quasi come risposta, il Cristo che apertamente parla del mistero della sua Pasqua di morte e risurrezione provocando la reazione scomposta di Pietro, cosa che rende questo brano veramente emblematico della rapidità con la quale si può passare dalle stelle alle stalle.

Sembra quasi che Gesù abbia fatto una prova della capacità del primo discepolo di portare il peso di questa parola, una sorta di «prove tecniche di trasmissione» ampiamente fallita. Egli ci riproverà altre due volte sempre con risultati non eccelsi: dopo la seconda volta vi è la patetica performance dei discepoli su chi di loro fosse il più grande (cf. Mc 9,33-34), dopo la terza il maldestro tentativo di autoraccomandazione dei figli di Zebedeo (cf. Mc 10,35-45). Alla fine sembra che Gesù stesso si sia rassegnato quando afferma, in Giovanni, che essi non sono capaci di portare questo peso se non con la luce e la forza dello Spirito (cf. Gv 16,12).

Il fatto che Cristo parli chiaramente di sé non è infatti una semplificazione, richiede una sintonia che non si improvvisa. Il termine usato dall’evangelista, riferito a Cristo che parla apertamente («parresìa») lo ritroviamo nella narrazione di Atti, dove Pietro e gli altri, appunto, con «parresìa» («franchezza», «sincerità», nella traduzione italiana) ovvero con il rifiuto di ogni sotterfugio o tatticismo, annunciano la resurrezione, chiamano alla conversione, vivono lietamente anche gli ostacoli e le persecuzioni, proprio perché il mistero nascosto nei secoli è stato rivelato (cf.Col 1,26) si sono rotti gli argini, la vita ha travalicato la morte, e con questa forza che li spinge hanno superato tutte le remore e le chiusure che fino ad allora avevano impedito di accogliere l’annuncio che Cristo aveva rivolto loro (cf. At 4, 29-31). E’ intervenuta un’esperienza, per certi versi dura e scioccante, come quella dei giorni della passione, ma che ha permesso loro di entrare in un orizzonte nuovo. In quest’ottica si può comprendere anche la riflessione di Giacomo nella seconda lettura (Gc 2,14-18), tema che nei secoli ha dato filo da torcere alla riflessione teologica e spirituale: è più importante la fede oppure le opere, a chi tocca il primo posto, chi è subordinato? Giacomo sta forse smentendo Paolo che afferma con forza la centralità della prima (cf. Rm 3,28)? Non per trovare facili soluzioni o concordanze forzate, ma potremmo dire che sono due facce della stessa medaglia: nel brano evangelico è abbastanza evidente che un’affermazione di fede fondamentalmente esatta, quella di Pietro, non produce nessuna opera conseguente, egli continua ad avere la sua ottica e giudicare secondo essa, fino ad arrivare a menar le mani al momento della cattura di Gesù.

Sull’altro versante un episodio biblico emblematico di come non basti genericamente far quel che a ciascuno sembra bene è quello narrato in 1Sam 15,22 dove Dio rimprovera aspramente Saul per aver agito secondo il suo ghiribizzo. Per Gesù stesso l’opera di Dio è credere (cf. Gv 6,29) altrimenti si può appioppare l’etichetta di opera buona a convenzioni, aspettative sociali, forme politicamente corrette che non hanno più nulla a che vedere con l’annuncio evangelico. Fede e prassi sono destinate a illuminarsi a vicenda per evitare di impoverirsi entrambe riducendosi a dottrina e costume.

*Cappellano del carcere di Prato

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