Commento al Vangelo
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La tempesta mette a dura prova la nostra fede

21 giugno, 12ª domenica del Tempo ordinario.  Tutte  le potenze del creato obbediscono a Dio Creatore. La grande tempesta del lago di Cesarea non crea  certo problemi a Gesù. Ma impaurisce gli apostoli, e continua ad impaurire la Chiesa nel tempo e  mette a dura prova la nostra fede. Il miracolo tranquillizza gli apostoli atterriti dalle onde, ma soprattutto li aiuta ad andare oltre le nostre impressioni immediate  perché siamo sotto lo sguardo di un Dio tanto grande e diverso da noi  ma sempre misericordioso verso i suoi figli.
DI GIACOMO BABINI

Parole chiave: vangelo (644)

DI GIACOMO BABINI
Vescovo emerito di Grosseto
21 giugno, 12ª domenica del Tempo ordinario.  Tutte  le potenze del creato obbediscono a Dio Creatore. La grande tempesta del lago di Cesarea non crea  certo problemi a Gesù. Ma impaurisce gli apostoli, e continua ad impaurire la Chiesa nel tempo e  mette a dura prova la nostra fede. Il miracolo tranquillizza gli apostoli atterriti dalle onde, ma soprattutto li aiuta ad andare oltre le nostre impressioni immediate  perché siamo sotto lo sguardo di un Dio tanto grande e diverso da noi  ma sempre misericordioso verso i suoi figli.

I Lettura: «Chi ha chiuso tra due porte il mare?»
Il mare, che Dio ha creato, sembra avere nel mondo il sovrappeso sulla terra, il suo potere selvaggio e informe sembrò a molti antichi popoli qualcosa come il caos antidivino. Ma Dio nella prima lettura mostra a Giobbe che egli ha racchiuso entro barriere questa apparente superpotenza: ciò che si solleva e urla dagli abissi egli l'ha avvolto, proprio come un lattante in fasce, e la furia degli elementi l'ha collocata dietro «serratura e porta». Per Giobbe tutto ciò significa che se Dio può già dominare queste forze della natura, tanto più può addolcire e regolare il destino dell'uomo. Occorre capire il motivo per cui non sempre lo fa. Giobbe glie ne riconosce il diritto ma non pensa che lo fa sempre e noi potremmo non accorgercene. E il mistero del male  che si scatena rimane sempre una angosciosa domanda.

Vangelo: «Le onde invadevano la barca»
Ed ora il Vangelo ci mostra che questo potere di dominio sulle potenze naturali è dato anche al Figlio dell'uomo; lo possiede a tal punto che perfino durante la «gran tempesta» dorme nella barca: riposa nella protezione del Padre suo, che vigila sulla sua vita e la sua missione e non permette che una forza di natura lo travolga. E quando su pressione dei discepoli impauriti comanda alla tempesta «Taci, calmati», ciò avviene non per far mostra del suo potere, né perché avesse avuto anche lui paura, ma per l'angoscia di quegli uomini di poca fede: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?» Ma la loro fede vacillante non doveva limitarsi a simili miracoli, bensì estendersi a quelli assai più grandi che erano nella missione di Gesù: egli era venuto per placare una tempesta furiosa del tutto diversa: il caos dei nostri peccati, una realtà umana sulla quale il male, la trasgressione, esercitano  una grande attrazione. Un male che non sarà vinto una  volta per sempre perché ogni generazione ed ogni individuo saranno tentati di sperimentarne il fascino. Quell'uomo che gli apostoli guardano con ammirazione e con timore, sa tutte queste cose. Affronterà consapevolmente la tempesta della  croce. Allora  non avranno il coraggio di assistere fini alla fine  e incominceranno a capire meglio che la tempesta non si vince senza la sua presenza e la sua grazia.

II Lettura: «Le cose vecchie sono passate. Ecco ne sono nate di nuove»
S. Paolo riflette alcuni anni dopo i fatti narrati nel Vangelo. Ha  la piena fede, la quale riconosce che Gesù sfugge a tutti i criteri umani di misura, perché ha compiuto il miracolo più estremo possibile, quello di "morire uno per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per essi". In tal modo gli apostoli sono non soltanto, come nel miracolo della tempesta, messi un'altra volta al sicuro nella loro vita mortale, ma «Se sono in Cristo» vengono trasferiti in una «nuova creazione», in cui «le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove». La tempesta del lago è stata sedata per causa della loro poca fede, affinché comincino a porre la loro fiducia in Gesù che è venuto per iniziare il Regno di Dio, e chiede che i suoi seguaci non vivano più per se stessi  ma vivano per annunciare la sua salvezza a tutti gli uomini.

La tempesta mette a dura prova la nostra fede
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girolamo melis 18/06/2009 00:00
giovedì 18 giugno 2009
INTERROGAZIONE ALL'OMELIA DI MONSIGNOR GIACOMO BABINI: "LA TEMPESTA METTE A DURA PROVA LA NOSTRA FEDE".


"La tempesta mette a dura prova la nostra fede" -
dall'omelia del monsignor Giacomo Babini, vescovo emerito di Grosseto
(ToscanaOggi online):





II Lettura: «Le cose vecchie sono passate. Ecco ne sono nate di nuove»
S. Paolo riflette alcuni anni dopo i fatti narrati nel Vangelo. Ha la piena fede, la quale riconosce che Gesù sfugge a tutti i criteri umani di misura, perché ha compiuto il miracolo più estremo possibile, quello di "morire uno per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per essi". In tal modo gli apostoli sono non soltanto, come nel miracolo della tempesta, messi un’altra volta al sicuro nella loro vita mortale, ma «Se sono in Cristo» vengono trasferiti in una «nuova creazione», in cui «le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove». La tempesta del lago è stata sedata per causa della loro poca fede, affinché comincino a porre la loro fiducia in Gesù che è venuto per iniziare il Regno di Dio, e chiede che i suoi seguaci non vivano più per se stessi ma vivano per annunciare la sua salvezza a tutti gli uomini.

Interrogazione.
Fin qui la Parola di monsignor Babini. Ma la domanda che io vorrei porgli è questa: "Qual è la Tempesta che, oggi, sembra non sedabile, sembra aver azzerato - non soltanto attutito, non soltanto turbato - la nostra fede?" Non posso certo pensare che Egli non se la sia posta da tempo. E nemmeno posso pensare che - ben prima d'ogni sconvolgimento delle epoche - non se la ponessero l'apostolo Paolo e il pensatore Agostino.
Noi però oggi non siamo "dentro una profezia" né dentro un uragano: siamo nella piatta gora della disperanza, della lontananza dall'Altro, cioè dal Sé, dall'essenza terrena, dalla Casa dell'essere.
Come si abita questo desolante spazio dell'indifferenza?
Girolamo Melis

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