Commento al Vangelo
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Mendicante di luce

28 ottobre, 30ª domenica del tempo ordinario. Letture: Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

Parole chiave: Vangelo (644)

1. L’episodio del cieco all’uscita di Gerico occupa un posto chiave nel vangelo di Marco, narrativo, geografico e simbolico. Viene raccontato l’ultimo miracolo operato da Gesù alla soglia del suo ingresso in Gerusalemme (Mc 11,1), a voler dire che il suo prima e il suo dopo vanno letti come evento di illuminazione unicamente comprensibile a occhi resi veggenti. Vedere infatti equivale a capire, a acconsentire a un messaggio e a aderire a una persona, il credere appunto, non vedere viceversa a non capire, a non acconsentire e a non aderire, il non credere appunto a un Tu e a un cammino il cui senso adempiuto sta per concludersi in Gerusalemme. Lì il Regno di Dio, vale a dire l’irruzione regale di Dio in Gesù nella vicenda umana, giunge al culmine ma servono occhi nuovi per rendersene conto.

2.Seguiamo il testo. Un uomo marginale, sta sul ciglio della strada, totalmente dipendente, è un mendicante cieco, e inchiodato alla sua situazione, è un prostrato, un seduto, è comunque un uomo: ha un nome, Bartimeo figlio di Timeo, ha un desiderio, guarire, e ha un orecchio quanto mai sensibile a fiutare chi passa per la sua strada (Mc 10,46-47.51). Il Dio dei padri e Padre di Gesù conosce per nome i senza nome della terra, la lunga carovana la cui patria è il margine e il cui cibo, quando c’è, sono le briciole. La carovana, biblicamente, dei poveri del Signore che intuendone il farsi vicino tramutano il loro desiderio in grido sempre più forte, incuranti di chi si sente disturbato «Figlio di David abbi pietà di me» (Mc 10,47-48), ove Figlio di David sta per Messia. Un grido che riassume un urlo e un gemito mai conclusi: «Porgi l’orecchio, Signore, alle mie parole, intendi il mio lamento; sii attento alla voce del mio grido» (Sal 5,2-3). Un urlo e un gemito che trovano ospitalità in Dio: «Ho osservato la miseria…ho udito il suo grido…conosco le sue sofferenze…sono sceso per liberarlo» (Es 3, 7-8), una accoglienza fatta carne in Gesù il Figlio. In lui la «pietas» invocata diviene «pietas» concessa, tenerezza liberatrice: dalla sfiducia al coraggio, dalla prostrazione al balzare in piedi in posizione eretta, dal vagare da un ciglio all’altro della strada all’andare verso un Tu preciso, dal non essere chiamato da nessuno all’esserlo dal Messia Gesù (10,49-50). Buttato via il pesante mantello dello scoraggiamento, del ripiegamento su di sé, del girare a vuoto e del non riconoscimento, restituito nel suo incontro facciale con Gesù al suo desidero più profondo: «che io veda», e alla sua intuizione più profonda, Tu sei la luce incontrata per darmi luce, una fiducia esaudita: «Va’, la tua fede ti ha salvato». Andare dove?: « Lo seguiva lungo la strada» (Mc 10,51-52).

3. Il messaggio è chiaro e riguarda la verità dell’uomo come mendicante occhi di luce per cogliere il mistero delle cose e la verità di Gesù come discesa di Dio nella cecità del mondo a restituire occhi capaci di stupite visioni: Dio è luce (1Gv 1,5) perché è amore (1Gv 4,16); l’uomo è nella luce perché è amato abilitato ad amare. L’azione di Dio in Gesù nell’uomo è al contempo illuminativa e trasformativa, il vedere è inscindibile dal seguire. Tutto ormai è pronto per capire quanto sta per accadere in Gerusalemme, la croce come luce e fonte di luce, nel dono di sé a chi sradica dal sé sta il massimo della illuminazione. Occhi, e lo diciamo a conclusione, resi veggenti solo se lo desiderano e lo urlano con tutto l’essere facendo proprio l’ «Abbi pietà di me» di Bartimeo, la preghiera del cuore che inesorabilmente fa breccia nel cuore di Cristo. Abbi pietà di me, fa di me a similitudine di te un veggente di Dio luce e di me stesso e degli altri come figli della luce chiamati a camminare alla luce dell’amore versando lacrime di dolcezza sulla ferita del mondo, a segno di occhi guariti.

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