Commento al Vangelo
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«Mi ami tu?» Ecco la domanda che Gesù rivolge a ciascuno di noi

28 ottobre, 30ª domenica del Tempo Oridnario. Il tempo di Gesù era ben chiara la differenza tra  un pubblicano e un fariseo. Il pubblicano esercitava un mestiere che lo classificava automaticamente tra gli intoccabili. Il fariseo faceva parte di un gruppo a cui si accedeva attraverso una selezione molto severa. Si distingueva per una conoscenza approfondita della legge e della tradizione e per l'assolvimento minuzioso dei precetti relativi al sabato, alle purificazioni e alle decime.
DI BRUNO FREDIANI

Parole chiave: vangelo (644)

Letture del 28 ottobre, 30ª domenica del Tempo Oridnario: «La preghiera dell'umile penetra le nubi» (Sir 35,12-14.16-18); «Giunge al tuo volto, Signore, il grido del povero» (Salmo 33); «Mi resta solo la corona di giustizia» (2 Tm 4,6-8.16.18); «Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del Fariseo» (Lc 18,9-14)

DI BRUNO FREDIANI

Il tempo di Gesù era ben chiara la differenza tra  un pubblicano e un fariseo. Il pubblicano esercitava un mestiere che lo classificava automaticamente tra gli intoccabili. Il fariseo faceva parte di un gruppo a cui si accedeva attraverso una selezione molto severa. Si distingueva per una conoscenza approfondita della legge e della tradizione e per l'assolvimento minuzioso dei precetti relativi al sabato, alle purificazioni e alle decime.

Il fariseo, di ieri e di oggi, è uno che è soddisfatto di sé, sicuro del suo valore e della sua salvezza.  Possiede la verità e se ne serve per giudicare gli altri. Non si vede peccatore, ma si meraviglia nel costatare quanto lo siano gli altri.

Gesù voleva una religione in spirito e verità, con un solo comandamento: amare. Di fronte a un tale programma, come non sentirsi confuso e riconoscersi peccatore? Chi oserebbe credersi in regola con il comandamento di essere perfetto come il Padre celeste è perfetto e di amare il suo prossimo come Dio lo ama? «Io digiuno due volte la settimana, pago la decima di tutto ciò che posseggo… non sono ingiusto, né adultero; sono migliore di tutti gli altri»: non possiamo sentirci contenti di noi stessi, di fronte al comandamento di amarsi gli uni gli altri.

Il cristiano si riconosce sempre peccatore e non rinuncia mai a pentirsi e a correggersi. La vicinanza a Dio lo convince continuamente della sua miseria e quella dei suoi fratelli gli rende sensibile ogni giorno la sua mancanza di amore.

La preghiera del pubblicano è la sola che gli si convenga: «Abbi pietà di me, perché sono peccatore!  Tra tutte le persone che soffrono, che sono nel dubbio, che hanno fame e sete e non solo di pane, io non ho fatto tutto quello che avrei dovuto fare: avrei dovuto amare di più!».
«Simone di Giovanni, mi ami?»: ecco l'esame di coscienza che Gesù propone a Pietro e a ciascuno di noi affidandoci la responsabilità degli altri. E la verifica della risposta sarà: «Pasci le mie pecorelle!», cioè: «Ama gli altri, prenditene cura!».

Saremo giudicati sull'amore. E questo non è per niente rassicurante, perché questa è una cosa che siamo sicuri di non fare mai abbastanza.

Con un codice, con dei comandamenti, con delle tradizioni e delle consuetudini si può essere in regola. Ma quanto ad amare chi può darsi la soddisfazione del fariseo?

È proprio la coscienza della nostra complessità, per cui siamo tirati fra il bene che vogliamo e il male che facciamo, fra le nostre aspirazioni generose e le nostre realizzazioni lamentevoli, che ci introduce alla compassione per gli altri, alla fraternità con i peccatori, alla conoscenza di «quello che c'è nell'uomo».

Non possiamo più allora giudicare, classificare, condannare come fa il fariseo: siamo troppo simili, troppo solidali con i peccatori per porci al di sopra di essi e per inventare una preghiera diversa da quella che il Signore approva e che si fida solo della sua misericordia: «Abbi pietà di me, perché sono peccatore!».

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