Commento al Vangelo
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Partecipiamo l’amore che abbiamo ricevuto

Domenica 6 maggio- VI DOMENICA DI PASQUA. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi».

Parole chiave: Vangelo (644)

Nel brano evangelico di questa domenica (Gv 15,9-17) possiamo notare una tessitura di termini fra loro connessi che non può essere casuale. Se ampliamo la lettura comprendendo anche  la prima parte del capitolo, la parabola della vite e i tralci ascoltata domenica scorsa, notiamo la ripetizione del termine «rimanere» per dieci volte, «amore» per nove volte, «frutto» per sette volte, interconnessi fra di loro in svariate forme grammaticali. Se dessimo un colore diverso a ciascun termine avremmo probabilmente un vero e proprio «ricamo» che illustra un panorama di significati assai più ampio di quello che pensiamo.

La domanda «come faccio a rimanere in Cristo?» che forse possiamo averci  fatto qualche volta evocando immagini di impegni, propositi, sforzi ascetici, trova una chiara luce nel suo contrario: intanto comincia a non separarti da Cristo, o dai fratelli. Partecipa un amore che hai ricevuto e lì rimani. Non è un compito da svolgere per avere qualcos’altro, è la salvezza stessa, quell’amore donato e scambiato, perché è l’amore di Cristo che opera, che ci spinge, come direbbe Paolo (cf. 2Cor 5,14), e che struttura la nostra stessa vita. E’ la realtà profondamente unitaria che i grandi testimoni hanno ben compreso, che portava san Vincenzo de’ Paoli a dire alle sue sorelle: «Se dovete lasciare l’orazione per andare da un malato, fatelo. Non dovete preoccuparvi e credere di aver mancato, se per il servizio dei poveri avete lasciato l’orazione. Non è lasciare Dio, quando si lascia Dio per Dio, ossia un’opera di Dio per farne un’altra».

In questo senso davvero il credente, lungi dall’essere lo stressato super impegnato e angosciato dai suoi doveri, è colui che «corre senza affannarsi, cammina senza stancarsi»(Is 40,31), che non ha nulla da difendere, neppure le sue rigidità perché teso all’ascolto e alla contemplazione di ciò che Dio opera nel mondo e nella propria vita. La confessione di Pietro riguardo alla sua posizione di retroguardia rispetto a Dio che lo sopravanza è chiara (At 10,25-48; 1a lettura): egli deve sintonizzarsi su un Dio inaspettato, che lo sorprende, per cui «si rende conto» (v. 34) che ciò che pensava deve essere rivisto e corretto nell’ottica dello Spirito. E stavolta lo esprime chiaramente (e non potrebbe essere più lontano dal Pietro ottuso e cocciuto che troviamo nei vangeli): «chi può impedire il battesimo dei pagani, visto che Dio ha già effuso il suo spirito su loro?». Ci vuole un bel senso del proprio limite e una bella dedizione nel servizio, per riconoscere un’azione che travalica le proprie radicate concezioni come opera di Dio.

Questa affermazione può ricordare molto da vicino quell’espressione di Papa Francesco: «chi sono io per giudicare?» che ha prodotto in alcuni scandalo come se fosse l’uscita infelice di una persona incapace di applicare dettami dottrinali e precetti morali in conseguenza del ruolo rivestito. Perché, invece, non pensare a un’eco genuina di questa riflessione di Pietro che ha comunque ben chiaro il suo ruolo di discepolo, quello di essere il primo a dover imparare qualcosa da un Dio che lo sorprende e che continuerà a farlo nel prosieguo del suo cammino? La capacità di invertire la rotta (che Pietro, come narra la tradizione nell’episodio del «Quo vadis?», avrà fino all’ultimo) è la migliore garanzia di un’autorità che sia davvero servizio a Dio e ai fratelli.

*Cappellano del carcere di Prato

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