Commento al Vangelo
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Riconoscere nel prossimo la stessa nostra umanità

Domenica 29 ottobre - XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso»

Parole chiave: Vangelo (580)

«Non molesterai il forestiero né lo opprimerai...» con questa affermazione lapidaria inizia la prima lettura di questa domenica (Es 22,20-26). Parola chiara, emblematica, ma che rischia di provocare reazioni scomposte e insofferenti: rieccoci con il buonismo, con l’illusione delle anime pie che non si rendono conto del problema che affronta il nostro paese, l’Europa, la cristianità, chi più ne ha più ne metta,  con tutta questa massa di nuovi arrivi e la minaccia del terrorismo, dell’invasione, della perdita della nostra cultura... è un vero e proprio incubo. Si, può essere un incubo, come l’incubo percepito dagli egiziani per l’esplosione demografica degli Ebrei nel loro paese (cf. Es 1,12) e che portò il Faraone a una politica di contenimento assai crudele ma ai suoi occhi necessaria, l’uccisione dei primogeniti.

La prospettiva di Dio era invece diversa, quella di ascoltare proprio i lamenti di questa massa e di scommettere su di essa rendendola suo popolo (anche se con diverse difficoltà, come la Bibbia racconta), con una  presa di posizione netta: udì il loro grido e se ne diede pensiero (cf. Es 2,25). Ora noi possiamo pensare tutto ciò che vogliamo di questa impostazione ma non possiamo negare che si tratti di un asse portante della Scrittura: non leggiamo forse ogni anno nella veglia pasquale che Dio precipitò nel mare cavallo e cavaliere (cf. Es 15,1)? È il faraone che precipita nel mare e non i disperati che stanno fuggendo (come purtroppo accade ai nostri giorni). E quindi come porsi di fronte a questo «macigno», pietra angolare che lo stesso Gesù fa propria e ripropone, l’attenzione al povero, all’oppresso, all’emarginato dalla società civile e perfino da quella religiosa, il lebbroso, il peccatore, il pubblicano?

Nessuno dice che siano tutte rose e fiori, ma non si tratta di confrontarsi  su un dettaglio, bensì su un assetto fondamentale del messaggio  evangelico, che risuona nel brano di oggi (Mt 22, 34-40):  «Amerai il  tuo prossimo come te stesso» (per Gesù forse anche più di te stesso, come «Lui» stesso, ma non complichiamo le cose).  Non sarebbe poco attivare la funzione di «riconoscimento» nei confronti dell’altro. Riconoscere la comune umanità, i desideri, le speranza, le paure e non, al contrario, «disconoscerlo», rendendolo alieno, barbaro, «baluba» e via dicendo.

La Scrittura sottolinea «perché  voi siete stati forestieri...» (Es 22,20) ed ecco la chiave del riconoscimento: siamo stati forestieri, ma anche siamo stati e siamo fragili, peccatori, malati, angosciati. Come tutti cerchiamo di vivere, di far crescere i figli, di avere qualche scampolo di felicità, di avere un po’ di pace e solo riconoscendo questi desideri nel nostro prossimo possiamo sperare di realizzarli a nostra volta.  Le cose vanno un po’ diversamente nel concreto, le paure crescono, l’arroccamento pure, i lacci e lacciuoli posti sul cammino del povero, la guerra fra poveri artatamente alimentata da chi ne ha interesse, la «pancia» che detta le regole della convivenza... tutte cose visibili, e perfino comprensibili. Ma è ancora la strategia del Faraone, che ci porta, fatalmente, sul versante opposto a quello di Dio. Ora siccome la Parola, se accolta, porta con sé «la gioia dello Spirito così da diventare modello per tutti» (1Ts 1,5-10; 2 lettura), credo che  abbiamo la responsabilità di fare i conti con tutto ciò. Anche scoprire la nostra infedeltà al Vangelo e riconoscerla, sarebbe un passo salutare per noi stessi e il mondo che ci circonda.

*Cappellano del carcere di Prato

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