Commento al Vangelo
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Solo uniti a Gesù daremo frutti

10 maggio, 5ª domenica di Pasqua. Il Vangelo di oggi, completato dal ricordo della condizione pacificata ed accogliente della Prima Comunità Cristiana, approfondisce il legame mistico tra Gesù ed i credenti in Lui. Con la resurrezione è nato un «ceppo» nuovo, i cui tralci  continueranno a germinare  ed a fruttificare nel tempo, sino alla fine del mondo.
DI GIACOMO BABINI

Parole chiave: vangelo (644)

DI GIACOMO BABINI
Vescovo emerito di Grosseto
10 maggio, 5ª domenica di Pasqua. Il Vangelo di oggi, completato dal ricordo della condizione pacificata ed accogliente della Prima Comunità Cristiana, approfondisce il legame mistico tra Gesù ed i credenti in Lui. Con la resurrezione è nato un «ceppo» nuovo, i cui tralci  continueranno a germinare  ed a fruttificare nel tempo, sino alla fine del mondo.

Vangelo: «Io sono la vera vita»
Il Cristiano è unito a Cristo ci dice S. Giovanni, e non può essere altrimenti. Se non è unito a  Cristo muore. La parabola della vite ci offre una mirabile garanzia. Come esseri da qualche parte siamo radicati, non siamo degli «esposti». La nostra tenuta non è garantita solo dal nostro problematico io. Non siamo semplici creature di un creatore inafferrabile che può sempre darci  o toglierci l'esistenza fino a che vuole, ma piuttosto  noi siamo congiunti con una sorgente forte e feconda per cui possiamo vivere una esistenza utile e significativa. Con la Pasqua un nuovo ceppo è germinato. Il virgulto di Jesse mostra tutta la sua fecondità. Noi siamo tralci di quel ceppo. Non possiamo immaginare o concepire il nostro impegno morale accanto a Cristo. Questa è la mentalità sbagliata che purtroppo esprimono le nostre categorie umane. Sentirci accanto a Lui, schierati per la sua causa.  Non esiste vita nuova se non in Lui, agendo, pensando, sentendo in Lui. Come è difficile distinguere  la vite dai tralci perché sono un solo organismo, così la storia della santità cristiana offre una  numerosa schiera di uomini e di donne che vivono di lui, come   suo cuore,  sua mente, sue mani.

E c'è una giusta preoccupazione in tutto il Vangelo, quella di perseverare: «Rimanete in me, allora io rimango in voi». L'esigenza è così pressante che dietro di essa c'è addirittura un severo richiamo: «chi non rimane in me dissecca,  viene tagliato e bruciato». Questa unità è l'evento centrale della storia e del mondo, ed è così stretta che non tollera mezze misure: o il tralcio è nella vite oppure ne è diviso. Ciò che deve starci soprattutto a cuore e che «Senza di me non potete fare nulla».

I Lettura: Inserimento di Paolo nella Chiesa
La prima lettura racconta l'inserimento di Paolo nella Chiesa. S. Paolo è aggiunto agli altri apostoli in modo del tutto particolare rispetto agli altri apostoli.. Gli stessi cristiani ne hanno inizialmente  paura e molte riserve. Non pensano che il vecchio persecutore possa diventare un tralcio della vite, e ancora non hanno capito che Dio può agire per vie da noi impensate. Anche in quel caso, come  nel suo cammino, in tanti altri,  la Chiesa fa fatica ad accettare un convertito. Ma il futuro  rivelerà la forza dirompente e genuina di questo ultimo apostolo: «Ho lavorato più di tutti gli altri» ( 1Cor 15,10). Barnaba, prima lo presenta agli apostoli, poi andrà a riprenderlo  a Tarso per lavorare insieme, infine  egli stesso proverà divergenze  con lo  Paolo. Prenderanno strade diverse ma comunque sempre impegnati ad annunciare  la redenzione di Cristo.

II Lettura: «Dio è più grande del nostro cuore»
Noi uomini tanto  mutevoli possiamo realmente domandarci: sono innestato nella vite come il tralcio, oppure no? Che cosa ha più peso in me: la fiducia nella grazia di Dio riguardo alla mia vita, oppure la mia  diffidenza se davvero rispondo a questa  grazia donatami? La seconda lettura risponde a tutte e due le domande.

Può avere più peso la fiducia perché osserviamo i suoi comandamenti o almeno tentiamo con continuità osservarli. Ma «il nostro cuore può condannarci» perché non riusciamo ad essere come vorremmo. Allora non solo è auspicabile, ma necessario il nostro rifugio nella misericordia di Dio. Egli che è più grande del nostro cuore sa tutto. Lo possiamo dire con S. Pietro al quale ritornava sempre in mente il suo rinnegamento la sera della passione. «Signore tu sai tutto, sai che io ti amo». E in questa dedizione  possiamo vivere nella speranza:  osserviamo i suoi comandamenti.

Siamo incerti sulla nostra perseveranza? Allora affidiamoci alla misericordia del  Signore: «Signore tu sai tutto, tu Sai che io ti amo». Dio è più grande del nostro cuore.

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