Dante700 a cura di Franco Cardini
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La lunga preghiera a Maria del poeta in esilio a Verona

Salve Regina, Madre di Misericordia, Vita, Dolcezza e Speranza nostra: Salve.

Percorsi: Cultura - Dante
disegno di Alessio Atrei

È l’alba. Ho meditato per la notte intera, Madre mia e mia diletta Signora, cercando il modo più adatto per aprire una preghiera che avevo e ho in animo di scriverTi come fosse una lettera di un figlio esule e lontano a una Madre buona e sollecita quale Tu sei.

Ed è questa, adesso, la mia condizione a duplice titolo. Oggi, giorno memoriale del Saluto che ricevesti dall’Arcangelo Gabriele il quel ti definì Piena di Grazia, nella mia città si celebra il Capodanno, a quattro giorni di distanza dall’ingresso del sole nella costellazione dell’Ariete e dell’inizio della primavera. È una giornata serena e radiosa: e lo sarebbe anche se stesse piovendo a dirotto. Qui, in questa città sulla riva dell’Adige arcigna e cinta di mura guerriere come una fortezza ma illuminata dalla presenza di monumenti imperiali ancora intatti e imponenti e retta da un signore tanto mite e generoso quanto giusto e severo, la primavera non ha i colori della mia Firenze: ma è dolce e mite quasi allo stesso modo. Qui, vivo sereno e pacifico: ma sono pur sempre un ospite, quindi un esule. Ed esule al tempo stesso, come tutti gli esseri umani finché vivono, sono in quanto pellegrino in questa valle di lacrime che anela alla Patria Celeste anche se il cammino fatto finora lo ha stancato e quello che resta da fare gl’incute paura. Ti prego, tu che sei stata detta Avvocata Nostra, volgi ancora una volta verso di noi i Tuoi occhi misericordiosi, mostraci ancora il frutto benedetto del Tuo corpo virginale, il Tuo Figlio Gesù.

E proteggimi in un modo speciale, Signora, perché come esule figlio di Eva e come cittadino d’una città ingrata e peccaminosa io sono due volte lontano dalla mia patria. Per questo mi rivolgo a te ricordando di continuo quella bella preghiera ch’ebbe a scriverti, più di duecentocinquant’anni or sono, Ademaro di Monteuil santo vescovo di Le Puy quando, all’indomani della vittoriosa conquista di Antiochia da parte dei pellegrini armati provenienti dall’Europa, in una notte come questa scoprì sul suo corpo i segni della peste che lo avrebbe condotto al cospetto di Dio.

Questa è veramente per me, Signora, una notte simile a quella. In questo che per noi fiorentini è il primo giorno dell’Anno di Nostro Signor Gesù Cristo 1315 sto scoprendo anch’io i primi indizi che il mio esilio sta terminando.
Questo, Madre mia, è il cinquantesimo anno della mia vita sulla terra. La Bibbia e i dotti sono d’accordo nel segnalarci che i cinquant’anni sono oltre i due terzi della nostra esistenza terrena, fissata a settant’anni. Ma questo è un termine naturale che può essere abbreviato da mille imprevisti o allungato per speciale grazia divina. Ho conosciuto fin troppi teneri fanciulli stroncati come fiorellini nei primi mesi di vita e sia pur pochi vegliardi centenari, ciechi e sdentati per la maggior parte, ancor lucidi e vigorosi alcuni privilegiati: o che noi tendiamo a ritenere tali. La Volontà imperscrutabile del Tuo Padre, Sposo e Figlio prescrive tutto ciò: e non ci resta che piegarci a essa e accettarla affinché la Sua Volontà e non la nostra sia fatta.

E io mi chiedo, signora, se davvero mi restano ancora vent’anni da vivere: se questa sarà le porzione assegnatami, com’è legittimo sperare secondo quella che sembra essere la nostra natura. In vent’anni si può fare molto: vivere, pensare, scrivere, operare, perfino generare altri figli per quanto il nostro vigore sia ormai in declino. Al tempo stesso, come dicevano i nostri antichi, <+corsivob>Ars longa – vita brevis. <+tondob>E io mi chiedo se avrò tempo di terminare quel poema che ho concepito come sacro, chiamando cielo e terra a porvi mano, e che vorrei offrire anzitutto a Dio per Tuo tramite, ma poi anche alla città corrotta e peccatrice che pur amo infinitamente e che vorrei tanto rivedere prima di chiudere questi occhi per riaprirli nell’Eternità.

Non so quanto mi resti, dei vent’anni di vita nei quali tenacemente spero. Stanotte, Signora, il Tuo servo l’Arcangelo Guerriero che ci assiste in battaglia e ci guida nel momento del Trapasso è venuto a visitarmi. Per il breve spazio di alcuni minuti, che mi sono sembrati secoli, ha posato lieve la sua mano guantata di ferro etereo sul mio petto: e quel tocco lievissimo mi è apparso pesante come una montagna, ardente come il fuoco, gelido come la neve eterna delle Alpi che non sono lontane da questa Verona. Mi è parso un avvertimento: un nuovo segno di privilegio. Ma, Signora, non so come interpretarlo. La prossima volta, forse, stringerà il mio cuore.

Se questo è un segno che il mio esilio nella Valle di Lacrime sta per finire, mi è pervenuto frattanto un altro segno, in un certo senso analogo, che potrebbe preludere alla fine del mio esilio come cittadino. La mia Firenze, o Madre, sta attraversando un triste periodo sotto il governo di quei guelfi neri che Bonifacio VIII volle imporci e che la Divina Provvidenza dagli imperscrutabili disegni volle permettere. Ma il signore di Pisa e di Lucca, messer Uguccione della Faggiola, sta impartendole una severa lezione: e dal canto mio dovrei esserne felice, mentre invece piango sulla sua sorte lacrimosa. Ha meritato il castigo divino: ma io spero che non si perda. Ora che non confidano più nella supremazia, i governanti che a suo tempo mi hanno cacciato in esilio stanno tornando sui miei passi e mi offrono il loro «perdono» per reati che non ho commesso. Ho altre colpe, Signora: non quelli. E subordinano il «perdono» a un mio atto di umiliazione, che in pratica comporterebbe da parte mia il riconoscimento di crimini che contro la verità e la giustizia mi hanno attribuito.
Non per superbia, dunque, ma in ossequio a quella verità umana ch’è specchio della Verità divina, non mi piegherò a quell’imposizione che mi macchierebbe per sempre come vile come bugiardo. Resterò esule su questa terra nell’attesa che anche il mio esilio non da Firenze, ma dalla vita stessa si compia.

Quel che ti prego di domandare al Tuo e al mio Signore, o tu che sola sempre mi sei stata Madonna, è che mi sia concesso tanto tempo da poter concludere in ogni sua parte, tanto perfettamente quanto perfette le opere umane possono essere, il mio poema ch’è anche in Tuo Onore, e che intendo terminare con una preghiera a Te rivolta. Per ispirarmela nel modo più alto ho chiesto a colui che la Chiesa saluta come Miles Virginis, «Cavaliere della Vergine», di assistermi. Al Doctor Mellifluus Bernardo abate di Clairvaux, che di Te ha saputo parlare in termini teologici e mistici tanto alti come Vergine Madre, Figlia del Tuo Figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’Eterno Consiglio. Sia lui a ispirarmi parole che, senza il suo ausilio, non sarei in grado di trovare.
E prega per me, o Clemente, o Pietosa, o Dolce Vergine Maria.

Fonte: Tog
La lunga preghiera a Maria del poeta in esilio a Verona
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