Dante700 a cura di Franco Cardini
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Manfredi, l'abbraccio dell'infinità bontà divina

Domine, labia mea aperies. La preghiera dell’ora canonica del «Mattutino» gli era sgorgata inattesa, quasi non voluta: dalle labbra e soprattutto dal cuore.

Percorsi: Cultura - Dante
Manfredi, disegno di Atrei

È la preghiera del risveglio: e la recitò tutta, per intero, per quanto in realtà quella notte di fine autunno del 1311 non gli fosse riuscito di chiudere occhio. O meglio, sì: forse si era addormentato, ma appena pochi istanti, mentre fuori il vento ruggiva più forte e una pioggia violenta sferzasse l’impannata chiusa dell’unica finestrella della sua stanza, là nel castello di Poppi.
Dicono che i sogni, anche i più lunghi e angosciosi, durano solo pochi istanti: ma sembrano eterni a chi ha la coscienza greve. Lo aveva sognato di nuovo, suo zio Brunetto. - «Paga il tuo debito – lo aveva ammonito severamente quell’ombra emaciata - . Lasciami riposare in pace».
Il grosso manoscritto della seconda cantica, il Purgatorio, era quasi pronto. Avrebbe voluto presentarlo in omaggio a uno della famiglia dei suoi ospiti, i conti Guidi: ma erano sempre più insistenti le voci secondo le quali Arrigo VII, il nuovo imperatore, fosse sul punto di giungere in Toscana. A lui lo avrebbe offerto volentieri, ma esitava. Avrebbe gradito, il sovrano, uno scritto presentatogli da uno che in passato aveva detto cose tanto pesanti sul suo predecessore più illustre dell’ultimo secolo, Federico II di Svevia?
Non aveva quasi chiuso occhio, e del resto sarebbe stato meglio se fosse restato sveglio tutta la notte: avrebbe evitato quel sonno angoscioso risvegliatosi dal quale non aveva potuto se non tornare al lavoro. Stanco e malfermo, depose la penna e si alzò dallo scrittoio dirigendosi alla finestrella. Spostò con la mano l’impannata e una carezza d’aria tiepida lo invase. L’orizzonte era sgombro e il sole nascente carezzava le cime degli alberi inondandole d’oro pallido. Era come se tutto il mondo fosse cinto e tenuto stretto dalle braccia amorose della bontà infinita di Dio…
«Ma la bontà divina ha sì gran braccia». Ecco il verso che gli mancava, quello che zio Brunetto avrebbe voluto dirgli, eppure quando gli appariva sempre gli mancavano le parole…
E sì che di parole ne aveva tante, Brunetto di Bellincione, il più anziano dei fratelli di suo padre Alighiero. Era noto come un chiacchierone e un perdigiorno: eppure aveva avuto qualche incarico pubblico, aveva combattuto a quel che sembra valorosamente nella battaglia di Montaperti come fante – anche se, in quanto membro di una consorteria magnatizia, gli sarebbe spettato un cavallo…- e, alla fine di quella giornata del 1260 così infausta per i guelfi, era stato anche catturato e portato prigioniero in Puglia, quindi in Sicilia. Per sei anni aveva servito re Manfredi, il perfido figlio bastardo di Federico, l’usurpatore, il tiranno, l’assassino, lo scomunicato… ma lui non si era mai voluto unire, una volta rientrato a Firenze, al coro di esecrazione e di dileggio che si levava tra gli astanti ogni volta che si menzionava il suo maledettissimo nome.
Non che Brunetto fosse passato ai ghibellini: Dio ne liberi! Anzi, diventava una belva ogni volta che in sua presenza si faceva il nome di Bocca degli Abati, il traditore che troncando il braccio del vessillifero che teneva alto il gonfalone di Firenze durante la mischia era stato a quel che pare la causa principale della fuga disordinata dei cavalieri guelfi.
Ma di Manfredi Brunetto conservava un ricordo carico di affetto e di rispetto: e non permetteva che in sua presenza lo si trattasse da scomunicato che bruciava nell’Inferno. Lui lo aveva conosciuto bene, ripeteva: anzitutto, il re aveva mostrato di onorare il suo valore in battaglia e ne aveva fatto una delle sue guardie del corpo e compagno di caccia. E poi non era affatto empio e crudele come tutti affermano, insisteva. Anzi, era pietoso con i poveri e generoso con tutti. Amava gli scherzi, le donne – anche troppo, quelle!...- e soprattutto la buona tavola. Anzi, il pezzo forte di zio Brunetto quando vincendo la diffidenza delle donne di casa si metteva ai fornelli, era un piatto che pare avessero insegnato a re Manfredi i suoi prediletti arcieri saraceni di Lucera ma ch’egli aveva perfezionato a modo suo e chiamato «la torta manfreda».
Quando si doveva preparare la torta manfreda il piccolo Dante, che aveva allora una decina d’anni, veniva investito dell’incarico più delicato: doveva ripulire e sistemare dei cuori, dei bargigli e dei fegatini di pollo in un largo recipiente, lavarli con vino rosso, quindi sminuzzarli finemente con il coltello e aggiungervi abbondante pancetta di maiale (e questo nella ricetta originale saracena non c’era di sicuro); poi si salava, si mischiava il tutto con molte spezie – pepe, noce moscata, cannella, chiodi di garofano -, uva passa, pinoli e un po’ di zucchero e si faceva friggere qualche minuto in una grossa padella; intanto, a parte, si tirava una buona pasta con parecchie uova, quindi si adagiava il composto su di essa, lo si copriva in modo da fargli assumere l’aspetto di una bella focaccia ripiena e si metteva nel forno a fuoco lento per almeno mezz’ora.
Dante aveva ormai una dozzina d’anni e aveva cominciato a studiare e a disegnare, rivelando un certo talento, quanto lo zio Brunetto cadde ammalato. Non era chiaro che cos’avesse e come di sentisse, ma dimagriva a vista d’occhio, aveva sempre sete mentre sembrava che il cibo lo nauseasse e lamentava spesso di venir colto da accessi di calore interno alternati a brividi di freddo.
Fu una serena mattina di primavera che l’ammalato chiese al nipote di accompagnarlo non lontano da casa, fuori Porta San Piero, verso la chiesa di Santa Croce. Lì, poco fuori le mura, c’era un grosso cespuglio di more selvatiche ben conosciuto da entrambi. Mentre coglievano alcuni di quei frutti ancora acerbi, buoni per farci confetture, Brunetto lo apostrofò con voce bassa ma solenne: «Dante, ragazzo mio, ti ho osservato quando siedi in disparte da solo e sembra che tu declami qualche poesia. Lo so che pensi spesso alla figlia di messer Folco Portinari e che non ti è piaciuto che tuo padre abbia combinato il tuo futuro matrimonio con la figlia di messer Manetto Donati. Voglio che, per amore di quella fanciulla e per il dolore che provi sapendoti destinato a un’altra tu scriva una lettera a madonna Costanza figlia di re Manfredi, che da pochi mesi ha sposato Pietro III d’Aragona e che vive a Barcellona nel dolore perché i preti le ripetono che è inutile pregare per suo padre perché egli è dannato. Gli dirai che tuo zio, fedele guardacaccia di suo padre, ha sognato in punto di morte che gli angeli hanno accolto il buon re Manfredi che ora, in Purgatorio, si purifica per diventar degno d’incontrare il Signore. Bada che, se non lo farai, sarò io a perseguitarti in sogno».
Grandi i peccati di Manfredi; ma più grande ancora il suo pentimento per averli commessi; e immensa la misericordia divina. Mentre l’alba illuminava il castello di Poppi, Dante tornò allo scrittoio deciso a pagare alfine il suo debito con zio Brunetto. Vergò convulsamente, di getto, alcuni versi. Erano quelli del canto III della seconda cantica, gli unici che gli mancassero per terminarla..
Madonna Costanza, rimasta vedova nel 1285 di re Pietro III, aveva vestito l’abito delle clarisse pur continuando a vivere nella reggia di Barcellona dove si erano avvicendati come sovrani i suoi primi due figli, Alfonso III e quindi Giacomo II; ma era morta a sua volta ormai da quasi dieci anni. Dante conosceva bene tuttavia i cavalieri vassalli dei conti Guidi che mantenevano rapporti con re Giacomo, e che al prossimo viaggio a Barcellona gli avrebbero consegnato quel canto, insieme con un’epistola esplicativa.
Il sovrano aragonese lesse commosso quei versi. Di lì a poco i buoni monaci catalani avrebbero potuto di nuovo, per ordine della corte, intonare solenni messe funebri in onore di colui che per tanto tempo era stato l’onore e la speranza dell’Italia ghibellina.
E l’ombra di zio Brunetto non avrebbe più perseguitato l’Alighieri.

Fonte: Tog
Manfredi, l'abbraccio dell'infinità bontà divina
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