La parola del Papa
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La nostra speranza è una Persona

Mercoledì 5 aprile Papa Francesco, all’udienza generale ha voluto riflettere su un brano della Prima Lettera di San Pietro Apostolo (I Pt 3, 8-17).

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Il senso di questa Lettera - ha detto il Papa - sta nell’affondare le sue radici direttamente nella Pasqua, nel cuore del mistero che stiamo per celebrare, facendoci così percepire tutta la luce e la gioia che scaturiscono dalla morte e della risurrezione di Cristo. È per questo che san Pietro c’invita con forza ad adorare Cristo nei nostri cuori. Lì il Signore ha preso dimora nel momento del nostro Battesimo, e da lì continua a rinnovare noi e la nostra vita, ricolmandoci del suo amore e della pienezza dello Spirito. Ecco allora perché san Pietro ci raccomanda «di rendere ragione della speranza che è in noi»: la nostra speranza non è un concetto, non è un sentimento, la nostra speranza è una Persona, è il Signore Gesù che riconosciamo vivo e presente in noi e nei nostri fratelli, perché Cristo è risorto. E’ da comprendere che di questa speranza non si deve tanto rendere ragione a livello teorico, a parole, ma soprattutto con la testimonianza della vita, e questo sia all’interno della comunità cristiana, sia al di fuori di essa.

Se Cristo è vivo e abita in noi, nel nostro cuore, dobbiamo anche lasciare che si renda visibile, non nasconderlo, e che agisca in noi. Questo significa che il Signore Gesù diventi sempre di più il nostro modello: modello di vita per imparare a comportarci come Lui si è comportato. La nostra speranza, così traspare dal Salmo 33 citato da san Pietro, deve necessariamente sprigionarsi al di fuori, prendendo la forma squisita e inconfondibile della dolcezza, del rispetto, della benevolenza verso il prossimo, arrivando addirittura a perdonare che ci fa del male. Ecco perché san Pietro afferma che «è meglio soffrire operando il bene che facendo il male»: ciò non vuol dire che è bene soffrire, ma che, quando soffriamo per il bene siamo in comunione con il Signore, il quale ha accettato di patire e di essere messo in croce per la nostra salvezza. Quando anche noi, nelle situazioni più piccole o più grandi della nostra vita, accettiamo di soffrire per il bene, è come se spargessimo semi di resurrezione, semi di vita e facessimo risplendere nell’oscurità la luce della Pasqua. È per questo che san Pietro ci invita a rispondere sempre «augurando il bene»: la benedizione non è una formalità, non è solo un segno di cortesia, ma è un dono grande che noi per primi abbiamo ricevuto e che abbiamo la possibilità di condividere con i fratelli.

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