La parola del Papa
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Trattare con pazienza le persone moleste

Mercoledì 16 novembre Papa Francesco, all’udienza generale, ha all’inizio riflettuto sull’opera di misericordia: «Sopportare pazientemente le persone moleste», ricordando che nella Bibbia vediamo che Dio stesso deve usare misericordia per sopportare le lamentale del suo popolo.

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Nel Libro dell’Esodo il popolo risulta davvero insopportabile: prima piange perché è schiavo in Egitto, e Dio lo libera; poi, nel deserto, si lamenta perché non c’è da mangiare, e Dio manda le quaglie e la manna, ma nonostante questo le lamentale non cessano. Mosè faceva da mediatore tra Dio e il popolo, e anche lui qualche volta sarà risultato molesto per il Signore. Ma Dio ha avuto pazienza e così ha insegnato a Mosè e al popolo anche questa dimensione essenziale della fede.

Viene quindi spontanea una domanda - si è chiesto il Papa - facciamo mai l’esame di coscienza per vedere se anche noi, a volte, possiamo risultare molesti agli altri? E’ facile puntare il dito contro i difetti e le mancanze altrui, ma dobbiamo imparare a metterci nei panni degli altri. Guardiamo soprattutto a Gesù: quanta pazienza ha dovuto avere nei tre anni della sua vita pubblica! Una volta, mentre era in cammino con i discepoli, fu fermato dalla madre di Giacomo e Giovanni, la quale gli disse: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno» (Mt 20,21). Gesù prende spunto da questo per dare un insegnamento fondamentale: il suo regno non è un regno di potere, non è un regno di gloria, ma di servizio e di donazione agli altri. Gesù insegna ad andare sempre all’essenziale e a guardare più lontano per assumere con responsabilità la propria missione. Potremo vedere qui il richiamo ad altre due opere di misericordia: «ammonire i peccatori» e «insegnare agli ignoranti». Pensiamo al grande impegno che si può mettere quando aiutiamo le persone a crescere nella fede e nella vita. Mi vengono in mente, ad esempio, i catechisti (tra i quali ci sono tante mamme e tante religiose) che dedicano tempo per insegnare ai ragazzi gli elementi basilari della fede. Quanta fatica, soprattutto quando i ragazzi preferirebbero giocare piuttosto che ascoltare il catechismo.

L’esigenza di consigliare, ammonire e insegnare non ci deve far sentire superiori agli altri, ma ci obbliga a rientrare in noi stessi per verificare se siamo coerenti con quanto chiediamo agli altri. Non dimentichiamo le parole di Gesù: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?» (Lc 6,41).

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