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Dal n. 8 del 26 febbraio 2006

L'aborto tra pillola e chirurgia

DI Renzo Puccetti
specialista in Medicina interna
Scienza & Vita - Pisa
Nel corso del dibattito sulla pillola abortiva, l'articolo 15 della legge 194/78, la legge che ha reso legale l'aborto, è stato evocato per sostenere che introdurre l'aborto farmacologico sia una sorta di «dovere» a cui si è obbligati proprio sulla base della legge. L'articolo in questione, nella parte che qui interessa, recita che le regioni devono promuovere l'aggiornamento del personale sanitario «sull'uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell'integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione della gravidanza».

La tecnica farmacologia è stata introdotta in Francia nel 1988, successivamente quindi rispetto a quella chirurgica, è evidente pertanto che il primo requisito è rispettato. La cosa si fa più complicata per il secondo aspetto, quello riguardante il rispetto dell'integrità fisica e psichica della donna. La ginecologa Rossana Cirillo, persona sicuramente al di sopra di ogni sospetto di partigianeria antiaborista, in una recente intervista si è riferita all'aborto chirurgico in questi termini: «Cinque-dieci minuti in anestesia locale ed è tutto finito».

Il professor Crosignani, primo sperimentatore in Italia dell'aborto farmacologico con la RU486, contestando la possibile banalizzazione dell'aborto conseguente all'introduzione della pillola abortiva, ha invece dichiarato: «Con la pillola la donna abortisce in tre giorni e questo è penosissimo, tanto che io dico che con la pillola c'è invasività psicologica». Parole che trovano piena conferma da quanto evidenziato da una revisione di ben 101 lavori scientifici per opera di studiosi cinesi, che, con buona pace del dottor Viale, difficilmente possono essere accusati di subire l'influenza delle lobbies antiaboriste religiose.

Il confronto dell'aborto mediante RU486 con quello chirurgico ha mostrato che l'aborto chimico ha prodotto emorragie con una frequenza superiore di oltre tre volte, la durata del sanguinamento è risultata sei volte e mezzo maggiore e le donne hanno dovuto sopportare più dolore, febbre, vertigini. Nessuno studio in cui il campione di donne è stato randomizzato mostra che l'impatto psicologico sia minore con la pillola abortiva.

Difficile sostenere quindi che l'aborto farmacologico sia più rispettoso della salute della donna. L'analisi infine del rischio connesso alla procedura, e che secondo legge deve essere inferiore perché una nuova tecnica possa essere introdotta, non è certo a favore della RU486. I dati più attendibili vengono forniti da un editoriale della prestigiosissima rivista americana New England Journal of Medicine in cui si afferma che la mortalità con la pillola abortiva, a parità di età gestazionale, è dieci volte maggiore rispetto all'aborto chirurgico. È stato da qualcuno notato che la cifra è comunque molto bassa ed il confronto su tali valori difficilmente raggiunge una significatività statistica. Concesso, ma l'articolo 15 della legge non parla di tecniche parimenti rischiose, non concede spazio ad elementi dubitativi, usa viceversa la dizione «meno rischiose».

L'onere di provare il minor rischio è dunque messo a carico della tecnica più moderna, cosa lungi dall'essere documentata per la RU486. Ricordiamo che l'ente di controllo dei farmaci americano ha promosso per maggio una giornata di studio sulle morti in seguito ad assunzione della pillola abortiva. Di tali dati non vi è traccia alcuna anche nell'ultima mozione di alcuni consiglieri regionali Ds in sostegno dell'aborto farmacologico, dove si parla genericamente di «tecniche abortive che si rivelino una valida alternativa a quella chirurgica», piegando ad usum delfini la lettera della legge, che dice cose ben diverse. L'introduzione routinaria dell'aborto farmacologico, almeno sulla base delle evidenze scientifiche disponibili, rappresenta quindi de facto una manifesta violazione dell'articolo 15 della legge. È difficile non vedere in tutto questo un ideologico progetto di rendere l'aborto una pratica completamente liberalizzata e svincolata da ogni controllo. A un tale obiettivo la pillola abortiva risulta perfettamente funzionale.

Contraccezione, pillola del giorno dopo e pillola abortiva, intesa come pillola del mese dopo, rappresentano la triplice e sequenziale linea d'intervento da offrire per il raggiungimento della cosiddetta maternità responsabile, almeno nell'accezione di un ben identificabile ambito ideologico. D'altra parte che la legge 194 vada stretta a un certo fronte politico-culturale è confermato dalla proposta di modifica della legge 194 annunciata da specifici esponenti politici, casualmente grandi sostenitori della RU486. Siamo alle solite, si accusa coloro che sono contrari alla pillola abortiva di volere modificare la legge 194, nei fatti è esattamente il contrario.

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