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La Chiesa al tempo del 2.0: testimoni digitali

Pubblichiamo il testo integrale della relazione tenuta a Pisa, domenica 15 novembre, dal direttore dell'Ufficio Cei per la comunicazione, mons. Domenico Pompili, su «La Chiesa al tempo del 2.0: testimoni digitali».

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Pubblichiamo il testo integrale della relazione tenuta a Pisa, domenica 15 novembre, dal direttore dell'Ufficio Cei per la comunicazione, mons. Domenico Pompili, su «La Chiesa al tempo del 2.0: testimoni digitali».
LA MAGIA DEL WEB 2.0

In un mondo di grandi lanci pubblicitari, Internet è una notizia vecchia e il web 2.0 rischia di essere presto soppiantato dal web 3.0. E, nondimeno, è un fenomeno giovane che stiamo cercando di comprendere, in termini culturali e teologici. Sicuramente se McLuhan avesse conosciuto Internet al tempo in cui scrisse i suoi saggi, l'avrebbe considerato non uno strumento formativo fra gli altri, ma probabilmente un meta-mezzo, un mezzo di comunicazione che integra e ri-forma tutti gli altri media. A questo proposito, di recente ho scoperto che la prima edizione tedesca di Understanding Media (1964) ebbe come titolo “I canali magici” e non come da noi “Gli strumenti del comunicare”. Forse proprio questa inedita interpretazione ci offre la dritta giusta per provare ad interpretare - a nostra volta - la post-medialità rappresentata dal mondo del Web, dove i media sono letteralmente “sciolti” nell'ambiente, hanno perso cioè i loro confini e le loro caratteristiche specifiche.

I media sono magici anzitutto perchè aboliscono la distanza. Azzerare la distanza è – come tutti sanno – una caratteristica cruciale del medium (tele-visione) e diventa un modo per afferrare ed incorporare la realtà. Il medium poi, come la magia, abolisce anche il tempo. Sfiorando un telecomando o cliccando su un mouse si riesce ad azzerare l'intervallo tra desiderio e realizzazione, annullando la percezione dell'intervallo. Tutto questo ha una ricaduta sulla esperienza dell'umano che è chiamata oggi a ridefinirsi, approfittando di tutti i nuovi palcoscenici del sé (quali i social network tendono ad assomigliare) sui quali costruire, stabilizzare ed aggiornare la propria faccia. In un mondo liquefatto, evaporato e frammentato, i media appaiono sempre più come dispositivi magici in grado di ricomporre, sia pure in una forma ‘leggera', istantanea e temporanea, le unità perdute e insieme per ricreare il legame sociale. Come nelle fiabe l'altro ha il potere di far emergere la mia vera identità. Per di più in un mondo che fugge i vincoli ma che ha paura della dissoluzione totale, la magia rappresenta un compromesso tollerabile: perché consente una uscita di sicurezza (exit). A pensarci in un mondo dove i legami sociali si allentano, i media offrono una rassicurante promessa: non si è mai soli finchè si è sotto lo sguardo altrui. Il contatto diventa così la nuova forma asettica della comunione, che ha il pregio di lasciare aperta la possibilità di rescindere qualsiasi legame così come di intensificarlo all'occorrenza. Non solo, a ben guardare, il contatto telematico mi espone ad uno sguardo che non rischia più di oggettivarmi e di praticare una spoliazione violenta della mia intimità perché sono io che decido cosa e quanto far conoscere di me. I media dunque permettono una sorta di riflessività estroflessa, portando allo scoperto la nostra identità, guardando a noi stessi come se fossimo un altro; funzione questa che prima si svolgeva solo nella dimensione dell'interiorità. In qualche modo per ritrovarsi occorre fare “un giro lungo” che passa attraverso quello che di me si percepisce nello scambio comunicativo con l'altro. In una società del rischio, in cui l'insicurezza si accompagna alla velocità dei ritmi e alla complessità dei processo, si percepisce più forte la labilità della presenza che si cerca di esorcizzare attraverso la magia di uno spazio di apparizione virtuale. I media sono dispositivi di presenza, non però in senso metafisico, ma magico. Non è senza senso l'assonanza verbale tra showman e shaman che evoca la condizione di chi suscita la rappresentazione della realtà.

Allora comprendiamo perché la magia dei media serva a restituire, senza ragione e senza religione, il progetto, la poesia, il sogno, l'immaginazione, il senso di totalità contro quello di scissione. La magia dei media risponde dunque al bisogno di simbolico entrato in crisi nella contemporaneità: è la costruzione di una totalità per rispondere al bisogno di infinito (Lèvinas).

Una parola ancora prima di chiudere questa premessa di ordine culturale per interpretare il contatto virtuale che dà luogo ad esperienze toccanti ed emotivamente coinvolgenti, ma che non lascia il segno, vive nel presente, o al più sopravvive come traccia informatica. L'intercoporeità non ha luogo tra presenze senza corpo, ma solo tra presenza incorporate, situate. E' il corpo che ci situa nello spazio e che definisce il luogo. Per questo se è vero che il medium riesce ad essere un evocatore di presenze, resta affidato poi alla nostra capacità simbolica, cognitiva ed affettiva, far emergere la relazione, oltre la semplice connessione. Tra il nomadismo postmoderno e il neomagismo dei media si dà una terza possibilità in grado di far fronte alla domanda di presenza che sale dall'umanità di oggi senza arrestarsi alla dinamica pure affascinante del virtuale?

L'HARDWARE DELL'ANNUNCIO EVANGELICO

Cosa significa tutto questo per la testimonianza ecclesiale, opera comunicativa per eccellenza della comunità credente, su cui si appoggia per intero il mandato di annunziare ovunque e in ogni tempo la pienezza evangelica?

Se l'interiorità e l'esteriorità divengono fenomenologicamente dipendenti, se il dentro non si dà mai senza il fuori e viceversa, se l'Appartenenza viene sventrata affinché assorba l'Estraneità sino a identificarvisi, è ben chiaro che ad essere chiamata in causa non sia solo la percezione del mondo e delle cose, ma anche quella dimensione spirituale delle stesse che risulta tradizionalmente relegata all'intimior intimo meo.

Esiste uno spazio interiore dell'Esteriorità? La domanda è cruciale, se intendiamo seriamente interrogarci sulla natura della testimonianza credente nell'epoca del 2.0. La tradizione cristiana ha interpretato il suo stesso mandato testimoniale nei termini di una esteriorizzazione dell'interiore beneficio (grazia e riscatto, più che merito e guadagno) della salvezza donata da Cristo nello Spirito: una sorta di frutto che matura, germinando quasi spontaneamente, dall'“albero buono” di evangelica memoria. Che non si tratti di un automatismo è ben chiaro: basti considerare l'altissimo prezzo di sangue che tale germinazione può arrivare a costare, quando la testimonianza vada scritta col tragico inchiostro del martirio. Ciò che non è chiaro è se l'effetto concreto di questa dimensione testimoniale debba univocamente esplicitarsi (solo) come esternazione dell'interiorità verso l'esteriorità, o non possa piuttosto verificarsi nell'ibridazione osmotica delle due.

Il 2.0, parossisticamente sbilanciato tra “dentro” e “fuori” del sentire e del comunicare, costituisce una sfida di pensiero proprio in questo senso. La sua plasticità è un continuo invito a:
riproporre l'irradiazione della parola come messaggio che è “dentro tutte le cose” pur essendo sempre “fuori”, sempre altro e oltre;
· riformulare il dentro e il fuori della fede senza creare barriere, steccati, ghetti, spazi e tempi di incomunicabilità;
· evitare di moralizzare a priori gli spazi comunicativi – e quindi definire, anche solo implicitamente, un dentro “buono” e un fuori “cattivo” –, se è vero che tali spazi sono oggi quanto mai fluidi e di fatto (lo si voglia o meno) non eleggono mai come qualifica primaria quella dell'apprezzamento di valore;
· individuare alcune questione cruciali su cui esercitare la necessaria vigilanza, come ad esempio il rapporto tra personalità e relazionalità, immaginazione mimetica e creativa, il problema della partecipazione come contestualità costruttiva, il tema della liberta dell'informazione ancor prima dei suoi contenuti;
· ripensare l'identità come migrazione (e non come possesso esclusivo e assoluto) e il centro come confine (e non come sito di potere o fondamento inalienabile); la primissima esperienza neotestamentaria sembra supportarne tutta la provocatoria urgenza: Gesù stesso – non dimentichiamolo – non inviò i discepoli perché mettessero su casa, ma tracciò per essi il percorso di un indeterminato vagare – “andate!” (Mc 16,15) – il cui orizzonte sfugge o, forse, semplicemente non è mai dato (“…fino agli estremi confini” [At 1,8; Mc 16,15; Mt 28,19; Lc 24,47], concetto biblicamente inattingibile, aporetico per definizione ma emblematico nella sua coraggiosa profferta di ulteriorità);
· riconoscere, analogamente, come la Parola (anche quella testimoniale!) non sia stata mai chiamata ad “abitare”, ma a “migrare” (“...corra e sia glorificata”: 2Ts 1,3). Dall'Incarnazione in poi, la carne di Dio si diluisce nella carne del mondo, la Parola prima dei secoli nelle parole umane. Dio non ha eretto una dimora stanziale per sé, ma una tenda mobile, ospite nella fuga erratica delle nostre confuse parole: guai al messaggero che si accomodi in poltrona o, di apologetica in apologetica, si disponga in trincea.

IL SOFTWARE DELLA TESTIMONIANZA DIGITALE

Siamo ancora assai impreparati dinanzi a queste sfide. Una risposta cristiana coerente – ormai lo sappiamo – avrà come controparte teologica il paradigma dell'Incarnazione, come appendice sociologica l'inesauribile dinamica dell'inculturazione, come verità gnoseologica, antropologica e psicologica l'empatia partecipativa. Analogicamente a quanto accada per i nuovi flussi circolatori della comunicazione post-digitale, una testimonianza ecclesiale 2.0 esigerà in corrispondenza con il mondo digitale, una qualità fra le altre, e cioè la leggerezza. Negli anni '80 le Lezioni americane di Calvino riconoscevano tra le note distintive della rivoluzione digitale la “leggerezza”, silenziosa affermazione del mondo elettronico (elettrico, aveva detto McLuhan), istantaneo e puntuale per rapporto alla chiassosa ostentazione di energia grezza della rivoluzione industriale. Oggi un nuovo flusso circolatorio, polimorfico e polidirezionale, sembra tradurre l'idea della leggerezza calviniana. Ciò che chiamiamo “2.0”, più che essere una realtà oggettivamente qualificabile, è – come già si diceva – una struttura di senso, un complesso sistema di variabili. Proprio questo richiede un equipaggiamento leggero, una dinamica evangelizzante sciolta e non ingessata, ovvero una più elastica capacità di adattarsi e di cambiare, riconoscendo nella mutevolezza non l'ostacolo, bensì la risorsa più verace per un annunzio fedele a Dio e all'uomo.

Non abbiamo modo di verificare se e quanto sia distante l'attuali prassi testimoniale da questo nomadismo dell'annunzio post-digitale. Alcuni dati però sono ben evidenti, come evidenti sono gli interrogativi che essi suscitano:
l'esteriorismo
· una certa testimonianza formale non rischia, oggi, di curarsi troppo del “trucco” di cui imbellettare il volto del messaggero, trascurando a cuor leggero il fatto che quel medesimo volto debba in fondo essere ogni giorno diverso? Non sperimentiamo giorno dopo giorno una testimonianza sterile perché gravata (solo) dell'onere (dispendioso, inutile e fatale) di “trovare nuovi mezzi” (strumentalismo, funzionalismo comunicativo, efficientismo), anziché farsi essa stesso mezzo e novità, forma plastica e mutevole di una verità incondizionata e inesprimibile?
il monodirezionalismo
· Non siamo forse troppo schiavi di un concetto medievalista di annunzio, inquadrato negli schemi logici dell'adaequatio scolastica, per cui la testimonianza è tanto più perfetta quanto più ripropone un modello immutabile e lo imprime nella creta informe cui si dirige? Non ci sfugge, forse, in fatto che il Modello stesso – Cristo, il suo Volto, la sua Parola – sia in fondo la realtà più “mobile” di tutte, quella più incarnata ed esposta alla mutevolezza, quella più versatile e meno catturabile? La domanda è quasi retorica: che sforzo facciamo per dare Cristo – tutto a tutti – senza imporne un'ermeneutica parziale, soffocante, unilaterale?
l'immobilismo
· Non è forse la nostra una testimonianza posticcia, “pesante” e ben lontana dalla calviniana “leggerezza”, promessa e speranza del nuovo millennio? Quanto la nostra proposta sa affrancarsi dal vincolo inesorabile e macchinoso di una “installazione” contestuale? Quanto risulta “incatenata” a formule e modalità desuete? Quanto è libero il nostro annunzio? Che “portabilità” vanta l'odierna testimonianza cristiana?

Una testimonianza “leggera” non significa una verità diluita, svenduta o di minor profilo. Indica invece:
il silenzio
· la capacità di superare le seduzioni prometeiche della tecnocrazia efficientista, facile preda del consumismo che induce bisogni e crea dipendenze;
la bellezza
· la capacità di riappropriarsi di un'espressività totale, olistica e globalmente orientata, mediante il ritorno a una nuova qualifica analogica del dire e del fare, un ripescaggio illuminato (e non bruto, né intemperante) dell'interfaccia dei sensi, una rivitalizzata estetica post-digitale;
l' interpersonalità
· la capacità di condividere, partecipare, collaborare, alimentandosi della comune ricerca (comune a chi testimonia e a chi riceva la testimonianza) di quel Contenuto del credere che sfugge a ogni oggettivazione unilaterale (la tirannide dell'annuncio “colonizzante”, volgare e pretenzioso), e anzi espone l'atto del testimoniare alla duplice variante del dirsi e del lasciarsi dire: il “dirsi” di una proposta franca, rispettosa e sincera; il “lasciarsi dire” dell'ascolto del tempo, dell'altro, del diverso.

Nel 2.0, il soggetto dell'atto testimoniale non è più monolatricamente concentrato sulla sua soggettività, pur se generosamente oblativa (proiettata dal “dentro” al “fuori”, dall'appartenenza alle foresterie inesplorate e inospitali della missione). E' invece sfalsato nella tensione polare tra due (id)entità distanti, che scoprono nel flusso (incontro-scontro) che le collega e separa l'originalità di un novum testimoniale. Nessuno dei due poli vale senza riferimento all'altro: entrambi, insieme, sono co-generatori a pari titolo (pro-sumers, producers e consumers insieme) di un unico processo la cui direzionalità è incompatibile con le verticalità dell'annunzio tradizionale. Testimoniare nel 2.0 vuole dire scoprire nell'interazione la ricchezza di un dono che trascende persino ciò che una delle due parti avrebbe intenzione di consegnare all'altra. Testimoniare vuole dire anzitutto incontrarsi, tout court. Proprio il Maestro nella quadruplice redazione evangelica mostra che il primum nella comunicazione è stabilire ben più che un contatto, anzi una vera e propria relazione. Perché dirsi sia anche darsi.

UN INVITO PER GUARDARE AVANTI

Dal 22 al 24 aprile p.v. a Roma si terrà l'atteso appuntamento “Testimoni digitali” che intende replicare a sette anni di distanza l'esperienza di “Parabole mediatiche” che segnò una forte presa di coscienza intorno all' impegno ecclesiale nel mondo dei media. Ora giunti al termine del decennio su ‘Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia' si tratta di aggiornare la lettura, tenendo conto del contesto velocemente mutato e della testimonianza che richiede nuove energie e forme nuove di sinergia. Saranno tre giorni di riflessione, confronto ed elaborazione che intendono raggiungere tutti quelli che fanno comunicazione e cultura nella Chiesa. Tra le presenze annunciate quella di Nicholas Negroponte, del card. Bagnasco oltre ovviamente l'udienza con Benedetto XVI.

La Chiesa al tempo del 2.0: testimoni digitali
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