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A proposito di emergenza educativa

La formazione? Serve agli adulti

E' prioritario rivolgere l'impegno educativo verso le nuove generazioni, come hanno sostenuto anche di recente i vescovi veneti, o piuttosto è necessaria una continua formazione degli adulti?

Parole chiave: educazione (64), pastorale (114), cattolici (279)

Abbiamo letto che dei vescovi veneti vogliono rivoluzionare tempi e ordine dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, moltiplicare eventi, gesti e simboli. Ma il problema dell’emergenza educativa, generale e cristiana, non è dato anzitutto dagli adolescenti (comunque non sarebbe da affrontarsi con pedagogie da «scuola attiva» che a questa emergenza hanno contribuito), piuttosto dagli adulti, che sono poi i fedeli laici adulti (1) nella massima estensione sociologica del termine (2).

Consideriamo il primo generatore di emergenza, ossia la tradizione degli istituti culturali tra generazioni. La «formazione» è la cultura stessa di una civiltà; l’adulto vi conferma e vi mette alla prova la propria costituzione, l’avvenuta socializzazione (se esiste qualcosa come una «formazione degli adulti» essa è, anzitutto, l’esistenza adulta «alla prova»). Ma l’adulto è contemporaneamente in costitutiva relazione con le generazioni «più giovani»; è sempre in una relazione sociale asimmetrica (nell’età e nel ruolo). Una società è pratica e cultura dell’asimmetria generazionale. In più l’adulto è l’altra parte dei processi, anche dei traumi, di identificazione che accompagnano la costruzione dell’identità; insomma, è l’ambiente prevalente dell’essere in formazione, anche quando gli adolescenti si rifugiano in comunità, naturali o elettroniche, di pari.

Immaginato – secondo l’ambizione pedagogistica contemporanea – come un perenne sé da formare, quindi come un perenne allievo dell’educatore illuminato, l’adulto resta invece, in ogni momento, l’attore dominante e libero della scena sociale. Senza dimenticare che questo Altro totale dell’adolescente è, in effetti, una organizzata costellazione di differenze e conflitti. Così la socializzazione familiare è sfidata ed erosa dalla concorrenza di tutte le altre pratiche formative; così la scuola, rispetto alle altre agencies. La condizione adolescenziale è, insomma, capillarmente influenzata da grumi, da reti di adulti in competizione tra loro e essi stessi instabili.

Se, dunque, l’adulto è l’ambiente della persona in formazione e se questo ambiente è, per di più, fluido e conflittuale (emergenza educativa), dobbiamo ricondurlo al centro della preoccupazione educativa cristiana. Contro il sentire prevalente, propongo le tesi seguenti.

a. La fiduciosa scelta prioritaria, talora esclusiva nella strategia pastorale, a vantaggio degli adolescenti, è un errore. La pastorale ordinaria ha scommesso e definito sugli adolescenti, sui «giovani» (in accezione generale e retorica), la formazione cristiana, che è divenuta così l’unica formazione esistente (3). Ma questa è per definizione inadeguata agli adulti; di conseguenza sarà inadeguata agli stessi soggetti che ora si formano, una volta che siano divenuti adulti.

L’evidenza in questo senso è di ogni giorno. Cosa resta al giovane adulto? Restano delle ’narrazioni’ su Gesù e dei ’buoni sentimenti’ o ’principi’, tutta la debolezza della catechesi contemporanea. Debolezza, poiché la trasmissione di un credendum necessario, oltrepassata l’infanzia, non può essere «narrativa». Tracce cristiane infantilistiche, dunque, improvvisamente accessorie rispetto a ciò che nel mondo adulto conta, anche quando chiede a sé e agli altri di «dare conto della speranza». Per parte sua il mondo vitale degli adulti, se non contrasta neppure conferma, né alimenta, né, tantomeno, «aggiorna» la paideia cristiana ricevuta dall’adolescente. Non lo può, non lo vuole.

b. La scelta pastoralistica a favore di adolescenti e «giovani» si caratterizza, inoltre, a mio avviso per tre pericolose convinzioni. La convinzione inconfessata di un impegno facilior – data la pretesa plasticità, autenticità del Sé adolescenziale – e destinato a risultati permanenti perché basico; un impegno più facile e, ad un tempo, sicuramente costruttivo (cosa di meglio?). La convinzione antiadultista che nasconde un atteggiamento di sufficienza difensiva nei confronti dell’uomo (e del credente, magari del devoto) comune; in questo atteggiamento clero e laicati qualificati spesso convergono. La convinzione anti-intellettualistica e fideista di poter, attraverso i giovani, fare opposizione al logos cattolico, alla coerenza razionale e alla «positività» di contenuti e di argomenti, che sono invece richieste dalla fides dell’adulto (non parlo di «fede adulta», nozione equivoca).

Contro questi convincimenti, e prassi date per scontate, ritengo che nella formazione cristiana la «edificazione» dell’adulto non possa restare una dimensione «indifferente», o solo attesa per domani, sospesa alla qualità della formazione dell’adolescente di oggi; ma debba costituire, oggi, una pratica diretta e primaria. Non è vero che giovani «ben formati» saranno perciò dei buoni adulti. Pratiche di identificazione e emulazione, saperi e comunità comunicative, istanze di realizzazione mediate dagli adulti, «socializzano» potentemente il giovane trasformandolo. Se gli adulti di riferimento non sono, oggi, coerentemente guidati (4) a confermare la formazione cristiana anzitutto in se stessi come adulti, la formazione [alla visione cattolica del mondo (5)] degli adolescenti offerta nella pastorale è a priori, già oggi, a rischio di fallimento.

 

Note

1. Risulterà chiaro che intendo adulto nell’accezione antropologica: il singolo costituito ormai nella sua autonomia dalla ’cura’ parentale e comunitaria. Questa analisi non guadagna granché dall’uso valutativo etico o psicologico di «adulto», inteso in opposizione a (adulto!) «immaturo»; tanto meno dalla formula (occasionale e abusata) di Bonhoeffer sul «mondo adulto». Per questo uso l’espressione «contenuti [di fede] da adulti» e non «contenuti adulti», che esistono solo nella mente dell’intelligencija.

2. A cominciare dai laici adulti -«adulti» che pesano nelle parrocchie, fino ai credenti marginali con pratica saltuaria o ai credenti «a modo mio».

3. Si escludono gli «istituti di perfezione» nelle diverse accezioni e sviluppi; ma considero qui solo ambienti e prassi della pastorale ordinaria.

4. Sembra accadere il contrario: i parroci evitano gli adulti, forse perché non sanno cosa dire loro, né co-me direttori spirituali né come guide intellettuali.

5. Aggiungo questa precisazione a ragion veduta, perché circola tra gli educatori e i pastoralisti cattolici l’idea insidiosa che l’educazione cristiana necessaria e sufficiente sia l’educazione dell’uomo, nell’orizzonte della memoria di un Gesù «uomo [e credente] perfetto». Da ciò il pedagogismo «attivistico» in catechesi e nella stessa liturgia, non solo dei «ragazzi». Se questa è l’alfabetizzazione religiosa cui si in-vita la Chiesa, meglio proteggere quel tanto di fede cattolica che resta agli adulti con la memoria del «vecchio» catechismo.

* Docente di Sociologia della Religione all’Università di Firenze

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