Le idee
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Dal n. 7 del 20 febbraio 2005

Per una cultura politica moderna

Intervento dell'europarlamentare della Margherita Lapo Pistelli sul tema del «partito dei cattolici».

Caro Direttore, ho letto con interesse il dibattito innescato da un chiarimento di monsignor Simoni sull'idea di un «partito dei cattolici» e dalla lettera aperta firmata da Monsignor Gherardini. Il direttore della rivista Divinitas sostiene che «la salvaguardia dei principi dai quali il cattolico desume il bene comune non ha alternativa al ripristino d'una forte ed autentica rappresentanza politica, ossia del partito dei cattolici».

Quando si usa questa espressione, «partito dei cattolici», penso a Don Luigi Sturzo e alla svolta storica che superò il non expedit e aprì le porte alla partecipazione politica dei cattolici. Senza mai perseguire l'unità dei cattolici in un solo partito. «È superfluo dire perché non ci siamo chiamati “partito cattolico” – spiegava Sturzo –, i due termini sono antitetici: il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione». Era il 1919, nasceva il Ppi.

Nel corso degli anni è maturata la nozione di laicità dell'impegno dei cristiani in politica, ovvero il riconoscimento sobrio e convinto della reciproca originalità della Chiesa e delle istituzioni religiose e dello Stato e delle sue istituzioni civili e politiche.

Dopo il fascismo e la guerra, i popolari sono risorti con un nuovo nome – Democrazia cristiana – che richiamava un'ispirazione ideale mantenendo l'aconfessionalità. «Siamo in politica non in nome della fede, ma a causa della fede», diceva Zaccagnini. Potremmo citare molti altri testimoni: La Pira, Lazzati, Dossetti.

Tutti i cristiani impegnati sono chiamati ad agire in coerenza con la Dottrina sociale. Ci viene in soccorso il «Compendio» fresco di stampa. Al punto 573 si legge: «Le istanze della fede cristiana difficilmente sono rintracciabili in un'unica collocazione politica: pretendere che un partito o uno schieramento politico corrispondano completamente alle esigenze della fede e della vita cristiana ingenera equivoci pericolosi». E allora che fare? «L'adesione a un partito politico non sarà mai ideologica, ma sempre critica, affinché il partito e il suo progetto politico siano stimolati a realizzare forme sempre più attente a ottenere il bene comune».

Veniamo da un decennio di transizione turbinosa: la fine del comunismo, l'esaurimento del keynesismo, Tangentopoli, i tradizionali partiti di massa al capolinea e il passaggio a un nuovo sistema politico bipolare.

I cattolici non sono stati meri spettatori, ma hanno contribuito alla costruzione dei due poli e sono protagonisti anche oggi della costruzione dell'agenda e del vocabolario di molte battaglie politiche. Negarlo è ingeneroso e perfino fuorviante.

La divisione dei cattolici nei due schieramenti – invece – era stata già prevista sia da De Gasperi negli anni '50 come prima inevitabile conseguenza all'indomani di una possibile crisi del comunismo, che da Sturzo al ritorno dal lungo esilio negli Usa, dove aveva conosciuto il sistema maggioritario bipolare.

Non sono cambiati solo i partiti e gli schieramenti. È profondamente mutato il paesaggio sociale. L'Italia vive un processo di secolarizzazione che ha prodotto effetti sugli stili di vita individuali e collettivi, sui consumi, sul senso religioso. Nella nostra società convivono il revival religioso e la desacralizzazione del sacro, la potenza carismatica del Papa e la diffusione di un Dio personale senza Chiesa e senza teologia, senza impegni e senza educazione domestica che conduce ad un bricolage etico insoddisfacente.

La Chiesa medesima vive la contraddizione fra il riconoscimento dell'enorme ruolo sociale svolto, della statura planetaria del Papa, della indispensabilità delle sue opere e la consapevolezza che i cattolici sono divenuti minoranza. E in quella minoranza, ancor più minoritari sono i cattolici impegnati in politica.

In una società in cui è più difficile declinare il personalismo se i messaggi esaltano solo l'individuo, difendere le istituzioni se anche il volontariato è talvolta vissuto in antagonismo con esse, riscoprire la cittadinanza se tutti siamo solo clienti o utenti, i cattolici hanno finito per non fare necessariamente riferimento agli stessi valori, per collocarli non di rado fra loro in una diversa gerarchia, per tradurli spesso in comportamenti individuali e regole collettive diverse. E le regole collettive sono esattamente il campo in cui agisce e si misura la politica.
I cattolici liberali si mossero secondo lo slogan «cattolici con il Papa, liberali con lo Statuto», intendendo con ciò separare la fedeltà sulle questioni di fede dalla laicità nella dimensione propria della politica. Personalmente avverto oggi un forte rischio di neo-gentilonismo che ha rovesciato quello slogan liberale nel suo contrario «liberali con il Papa e cattolici con lo Statuto»: da un lato promotori di modelli pedagogici ed economici vicini al libertinaggio, dall'altro sostenitori di soluzioni giuridiche perbeniste.

Nel dibattito sul ruolo dei cattolici è ahimé forte la tentazione di considerarci gli assistenti sociali della politica, esperti in povertà ed etica sessuale, ed è altrettanto forte la tentazione di assecondare quel ruolo chiudendoci in una nicchia e rinunciando alla fatica di pensare il mondo e di immergersi nei processi contemporanei. Lo è anche nelle nostre coalizioni, dove sarebbe facile affidare ad altri la guida dei processi accontentandosi della difesa finale del voto di coscienza e rinunciando invece a fecondare altre culture sulla base della bontà positiva e laica delle nostre proposte.

Per noi resta intatto il principio che l'impegno politico si colloca fra i due concetti di «valore» e di «limite», della assoluta necessità di agire per gli altri, della altrettanto assoluta consapevolezza che le pretese novecentesche di portare il paradiso in terra hanno aperto più facilmente le porte dell'inferno e dunque della limitatezza della dimensione politica («ridurre il male del mondo, non estirpare il male dal cuore dell'uomo»). Al tempo stesso resta intatto quel «principio di non appagamento» che ci deve spingere a cercare sempre soluzioni nuove e migliori per la comunità.

La sfida, dunque, è quella di parlare alla coscienza moderna sapendo proporre un discorso sulla natura, sull'economia, sulle relazioni internazionali, sulle istituzioni, in cui si sia capaci di calare i principi dell'ispirazione in strumenti e proposte contemporanee, senza nascondere le vere difficoltà di elaborazione di una cultura politica moderna dietro a un dibattito sui contenitori.

Ci riconosceranno se saremo lievito e se offriremo soluzioni credibili all'incertezza di questo tempo, non se ci proteggeremo dentro un rassicurante recinto minoritario.
Con amicizia,
Lapo Pistelli

Lapo Pistelli è attualmente parlamentare europeo. Nato a Firenze nel 1964, laureato in diritto internazionale alla «Cesare Alfieri», è sposato ed ha tre figli. Nel 1987 ha fondato il Centro toscano di Documentazione politica. È stato consigliere comunale a Firenze (1985 – 1990) e poi assessore alla pubblica istruzione (1990 –1995). Responsabile dell'ufficio esteri del Movimento giovanile della Dc dal 1987 al 1991, è stato segretario regionale del partito in Toscana nel 1994 e poi consigliere nazionale e membro della segreteria del Partito popolare italiano. È stato eletto per due volte alla Camera dei deputati: nel 1996 e nel 2001. Ha continuato ad occuparsi di politica estera come membro della delegazione parlamentare italiana presso l'Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) e come responsabile nazionale esteri della Margherita. Nel 2003 ha fondato l'associazione culturale Input. Nel giugno 2004 è stato eletto al Parlamento europeo.

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