Lettere al Direttore
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Dal n. 9 del 3 marzo 2002

Art. 18, una risposta troppo diplomatica

Caro Direttore,

ho letto sul numero 7 del 17 febbraio la sua risposta alle lettere che manifestavano dissenso rispetto alla prospettiva della modifica dell'art.18 dello statuto dei lavoratori, quello cioè che regola le norme sui licenziamenti individuali e, francamente, la trovo troppo diplomatica rispetto al problema ed al contesto in cui si anima il dibattito.

La libertà di licenziamento si inquadra in un contesto nel quale la persona all'interno del ciclo produttivo è sempre più assimilata ad uno qualsiasi degli altri strumenti (materie prime, finanziamenti, macchinari, pubblicità etc.); per rendere più incisivo questo concetto, è in uso indicare i problemi del personale come quelli delle «risorse umane».

Il lavoro è un diritto fondamentale della persona ed, in quanto tale, deve essere sottratto alla rigida e cinica logica del mercato; tutta la dottrina sociale della Chiesa ribadisce questo concetto. I valori non possono essere assoggettati ad una logica speculativa, quale in effetti è la proposta di liberalizzare i licenziamenti senza giusta causa, per aumentare l'occupazione; da un punto di vista statistico sul numero degli occupati, presumibilmente si avrebbe un esito positivo, ma occorrerebbe ignorare i disagi, le ansietà e talvolta il dramma di coloro che perderebbero il posto di lavoro in questa sorta di scambio, moralmente inaccettabile.

Se il lavoro è un diritto fondamentale, il licenziamento non può essere considerato come uno strumento ordinario per la gestione dell'impresa, perché questo è l'obbiettivo, neppure nascosto, dei sostenitori di questa proposta; le cautele, l'apparente limitatezza del numero delle persone coinvolte, il carattere sperimentale e gli effetti positivi che produrrebbe, sono il mezzo per mimetizzare il risultato finale.

In questo contesto affermare, come ho sentito fare da un commentatore di una emittente privata di ispirazione cattolica, che la difesa in atto da parte del sindacato dell'art.18 è una difesa a vantaggio di pochi tutelati, mentre la maggioranza dei lavoratori lavora in aziende esonerate dalla tutela prevista dallo statuto dei lavoratori, significa attribuire la responsabilità del mantenimento di una evidente diseguaglianza ad una volontà corporativa del sindacato che non c'è mai stata, mentre la verità deve essere ricercata nella mancanza di condizioni oggettive che hanno impedito la realizzazione dell'estensione della tutela a tutti i lavoratori.

Il vero problema è quello di conciliare, e ciò è possibile, la necessaria flessibilità del sistema produttivo, senza aumentare in modo intollerabile la precarietà dell'occupazione, il che, oltre ad essere fonte di disagio sociale, rende poco credibile la tutela e la promozione di alcuni fondamentali istituti sociali, quali la famiglia. La costituzione della famiglia e la stessa procreazione responsabile sono pesantemente condizionati dalla stabilità e sicurezza del lavoro non solo per l'acquisto dei beni di sostentamento, ma anche per i necessari ritmi di vita che solo la stabilità e sicurezza del lavoro possono assicurare.

Il ritiro del provvedimento, da parte del governo, risolverebbe tutti i problemi? Certamente no, poiché questo rappresenta uno dei tanti piccoli tasselli ( e forse neanche il più importante) della costruzione di una società sempre più materialistica e poco sensibile ai valori della persona. Quello che mi lascia perplesso, è il fatto che anche nel mondo cattolico, parte della gerarchia compresa, non si avverta l'importanza che certi segni hanno: questi segni dovrebbero indurci ad intervenire per sollecitare l'approccio ai problemi con riflessioni profonde, invece che limitarsi a rilevare di essere di fronte a dispute ideologiche.

Renato Masetti
Firenze

Capisco che il non aver preso apertamente posizione né per una parte né per l'altra in questo conflitto sociale può suonare come una soluzione «troppo diplomatica», però sono davvero convinto che la questione dell'articolo 18 finora sia stata troppo ideologizzata. Il che non vuol dire che non condivida le sue osservazioni sul diritto al lavoro e sullo strapotere dell'interesse economico, come quelle di Parenti sulla latitanza dell'Ulivo.
Non bisogna però confondere i principi con gli strumenti. L'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è informato al principio – sacrosanto – che il lavoro è un diritto e che l'imprenditore ha una responsabilità sociale, ma poi distingue gli strumenti con i quali far valere questo principio (la non liceità di un licenziamento «senza giusta causa»): per le aziende sopra i 15 dipendenti prevede una cosa (il reintegro) e per quelle più piccole, un'altra più attenuata (l'indennizzo). Questo, non solo non è scandaloso, ma è anche opportuno, per evitare che in nome di un principio giustissimo si ottenga poi un effetto negativo per il lavoratore (ostacolando di fatto la nascita di piccole imprese).
Se questo è vero, non ci sarebbe nulla di male a mettersi attorno ad un tavolo a discutere sugli strumenti con i quali oggi si tutela il diritto al lavoro. Perché non c'è dubbio che le condizioni del mercato stanno cambiando a ritmi velocissimi. Si potrebbe pensare, ad esempio, di estendere quanto previsto finora per le aziende sotto i 15 dipendenti a quelle (e solo a quelle) che decidessero di assumere nuovi dipendenti (magari fino a 20 lavoratori). In questo modo non si creerebbero disparità all'interno della stessa azienda – come prevede la proposta del governo – tra chi ha un tipo di tutela (i vecchi assunti, non licenziabili) e chi un'altra (i nuovi assunti, licenziabili) e si verificherebbe se quel limite fissato anni fa nello Statuto sia davvero un blocco allo sviluppo delle piccole imprese, come affermano gli industriali.
Penso però che una proposta ragionevole come questa (che comunque non risolverebbe tutta la questione della riforma del mercato del lavoro, ben più complessa) non incontrerà il favore né di una parte né dell'altra, proprio perché dietro ai problemi veri soggiace un conflitto ideologico.

Le lettere precedenti su questo argomento:

Art. 18, sindacato diviso

Art. 18, un diritto sacrosanto

Art. 18, uno strano braccio di ferro

Art. 18, una risposta troppo diplomatica
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