Lettere al Direttore
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Dal n. 1 del 6 gennaio 2002

I cattolici tra profezia e realismo

Caro Direttore,
l'intervista allo storico Giorgio Rumi, sul numero del 16 dicembre 2001 è particolarmente stimolante e per certi aspetti provocatoria.

Certo il fenomeno del terrorismo ad un livello così mostruoso, la necessità di combatterlo, i mezzi da adottare, sono problemi che non si possono affrontare con le semplificazioni e i luoghi comuni purtroppo diffusi sia in ambito interventista che pacifista. La legittima difesa contro il terrorismo è un punto fermo che deve essere accettato da credenti e non credenti. Considerare certi interventi militari come interventi di polizia è teoricamente giusto; mi domando se il caso Afghanistan con il suo corollario di ingenti distruzioni materiali, umane, morali e sociali possa rientrare in questa casistica.

C'è inoltre un però che riguarda il cristiano in quanto tale: la dimensione della giustizia non può prescindere dalla dimensione del perdono. Il S. Padre nel messaggio per la giornata della pace dice chiaramente che non vi potrà essere vera pace senza perdono. È un linguaggio duro per chi è stato colpito direttamente dalla violenza terroristica, ma il contributo che il cristiano e quindi il cattolico deve dare è nella direzione di smorzare l'odio, di fare in modo che la giustizia non diventi vendetta, rappresaglia.

Non so se il mondo cattolico, per usare la frase del prof.Rumi, stia transitando da una posizione profetico avveniristica ad una posizione più realistica. Continuo a pensare che la dimensione profetica sia stata e sia tuttora uno degli elementi fondamentali della storia della Chiesa e del movimento cattolico soprattutto di questo ultimo mezzo secolo. Uomini come don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani, padre Turoldo, padre Balducci, il prof. La Pira, mons.Tonino Bello e tanti altri, sono ormai universalmente considerati dei maestri di pace, dei profeti che ci hanno insegnato a leggere i segni dei tempi ed a sperare contro ogni speranza.

Nei cristiani impegnati in politica, nel sociale, a me non interessa tanto vedere adeguamenti e allineamenti alla realtà degli avvenimenti ma più audacia profetica. Di realismo ne è fin troppo pieno il mondo e la sua logica. Di realisti sono pieni i cimiteri di guerra (di realisti per forza, soprattutto) e di tragici monumenti al realismo ne troviamo in ogni località del nostro paese a partir dalle grandi città alle frazioni più piccole.
Forse dovremmo provare a modificare le nostre categorie mentali e culturali ed a pensare alla pace, per usare una espressione mi pare di Ernesto Balducci, come realismo di una utopia.
Carlo Giuseppe Rogani
Siena

Il cristiano è chiamato ad essere sempre «uomo della profezia e della speranza». Non perché è un ingenuo o un illuso, ma perché sa che Cristo è Risorto davvero e, come ha promesso agli apostoli, attrae a sé ogni cosa.
Un politico cristiano, pur facendosi illuminare dalla profezia, deve però cercare per la collettività soluzioni praticabili e condivisibili, nel rispetto del bene comune. È un impegno tipicamente laicale e talvolta drammatico (come nel caso della guerra al terrorismo) perché non consente facili scorciatoie. Per questo la Chiesa, nel suo magistero, non indica mai soluzioni concrete, ma ricorda la gerarchia dei valori ai quali ancorarsi.
Certo nel momento in cui tra i cristiani non ci fosse più chi è in grado di indicare una mèta, di guardare in alto, di fare «profezia», sarebbe un dramma non solo per il mondo cattolico, ma per l'interà umanità.

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