Lettere al Direttore
stampa

«Infastidita, quasi disgustata dall’articolo sulla morte di Noa»

Questa settimana abbiamo chiesto di rispondere ad un mostro editorialista, Giuseppe Savagnone, perché la lettera che pubblichiamo riguarda proprio un suo articolo sulle vicende della 17enne olandese che si è lasciata morire non avendo superato i traumi di alcune violenze subite.

Percorsi: Eutanasia - Olanda - Vita
Noa Pothoven

Caro direttore,

Toscana Oggi l’ho scoperto da poco (...). Lo trovo un giornale bello ed interessante, ma sono rimasta infastidita, quasi disgustata dall’articolo di Giuseppe Savagnone sulla morte di Noa Pothoven.

In primo luogo, il tono dell’articolo. La scrittura veicola un messaggio digitale ed uno analogico: la scelta delle parole e la costruzione della frase dicono molto sull’atteggiamento dello scrivente, su cosa questi sente realmente, e, in questo caso, ciò che ho avvertito io è una buona dose di arroganza. Nessun uomo è un’isola, è vero, non lo dice la Conad, non lo dice Hemingway, che lo cita, lo dice John Donne, che aggiunge che «ogni morte d’uomo mi diminuisce». Teniamocelo ben in mente (...) e promettiamo di non dimenticarci, no, di Noa. Come di tutte le ragazze giovani, i ragazzi, le persone che soffrono per un dolore così profondo, e a volte così incomprensibile, come quello psichico. Ma sarebbe opportuno sapere di che cosa si parla. Michela Marzano lo sa bene, perché l’anoressia l’ha vissuta sulla propria pelle, ne conosce l’angoscia, la perdita di stima di sè, l’inaridirsi della vita, e sa anche quanto, prima di riuscire (...) a venirne fuori e riprendere a vivere, ha dovuto lottare, con tanta resilienza e con l’aiuto dei terapeuti. Ed è per questo che, senza per nulla contraddirsi, lancia un grido di dolore per la morte di Noa, perché davvero no, non è giusto morire così, non è giusto morire a diciassette anni perché la vita non è più vivibile, è diventata un incubo continuo. È lo stesso grido di dolore che lanciamo tutti noi, proprio perché la morte di questa ragazza ci pone di fronte alla nostra impossibilità  di evitarla, alla nostra incapacità di cura.

Ma perché prendersela con l’Olanda, con le regole che una società (...) democraticamente si è data? E perché attaccarla come emblema di una società materialista e improntata sul denaro? (...). Partiamo dal fatto che non è vero, e che Noa ha invece deciso di morire, ed è questo, smettiamo di negarlo, è l’ingiustizia del suo dolore, che ci interpella. I «cattivi» olandesi (...) mica glielo hanno permesso. Quindi è falso, che uno a dodici o a sedici anni possa ottenere il suicidio assistito. (...). Savagnone ha letto Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo? No? Peccato! È un libro un po’ datato, ma interessante. Si scopre che, detto molto in soldoni, poiché il benessere economico, oltre che la fede e la grazia, viene da Dio, chi è ricco ha il dovere morale di soccorrere ed assistere i poveri con denaro ed opere. (...). Cultura, questa dei paesi più a nord di noi, che mantiene una continuità ancora oggi.

Mia figlia vive in Olanda. Una mattina, girando per il mercato di Enschede, sono colpita dall’assenza di mendicanti, e ne chiedo la ragione a mio genero, olandese. Spalanca , sbigottito, i suoi occhi chiari e mi risponde: (...) Ovvio: dei poveri, ci si prende cura, gli si dà da mangiare e da dormire (...). E poi (...) emerge che gli Olandesi sono, sì, più individualisti degli italiani, ma, stranamente, hanno più caratterisitiche «materne», più inclinazione, cioè, al prendersi  cura delle persone e della comunità. Ma noi, noi siamo sempre i primi della classe, sul rispetto della vita! O no? Mi permetta, direttore, mi esce proprio dal cuore.

Ci scandalizziamo per una giovane vita finita tragicamente, lottiamo contro l’aborto. Però, il 34 per cento degli Italiani ha votato, recentemente, per un tizio che dice che la Sea Watch, che tira su i profughi dal gommone, è una nave pirata. Un tizio che sembra non riuscire a comprendere il dramma di chi fugge da situazioni orribili, di guerra e di violenza. Un tizio che, con le ultime leggi, lascia chi perde il permesso umanitario nelle mani delle mafie e del lavoro nero, e tanti ne muoiono, ogni giorno, qui in Italia. Ogni morte d’uomo ci diminuisce, sì, così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana. Essa suona per te. Mi diminuisce, oggi, oggi, la morte in mare di migliaia e migliaia di persone. Così come mi diminuisce, ancora, la morte di milioni di ebrei, zingari, oppositori del regime ed omosessuali, dal ’39 al ’45. (...) Il messaggio che arrivava (...) era che tutte queste categorie non erano «persone» (...). Ora, non sta accadendo, in modo più subdolo, una cosa simile? Non è che sta «passando» il messaggio che queste persone che arrivano per mare (e non solo), sono «diversi» da noi, e in qualche modo «inferiori» su una scala di umanità e di diritti? Questa prospettiva, più mi appare realistica, più mi angoscia. (...).

Ilaria Oberti
Volterra

Risponde Giuseppe Savagnone

Gent.le Sig.ra,
ritengo doveroso rispondere alla sua civile lettera, che comunque, a differenza di molti commenti che sono solito ricevere sul mio sito, consente un dialogo. Chi scrive sa di poter suscitare critiche alle proprie idee. Il dissenso, in questioni così complesse, è fisiologico. Mi ha un po’ sorpreso, francamente, che il suo sia arrivato fino al disgusto e che lei abbia colto nel mio articolo «una buona dose di arroganza». Probabilmente non sono riuscito a spiegarmi bene, perché ciò che mi pare le abbia dato più fastidio, nella mia riflessione – la critica, fondata o meno, all’Olanda –, è una questione per me del tutto marginale. Non ci sono mai stato, non conosco la lingua e le notizie sulla sua legislazione le ho attinte dalla stampa italiana (che unanimemente riporta ciò che riferisco e che devo ritenere valido fino a prova contraria). Quello che io volevo dire, e che per me è importante in quanto riguarda l’Italia, è:

1) che le leggi di un paese, anche se non ci si avvale direttamente di esse,  fanno cultura e condizionano le nuove generazioni; è quindi poco rilevante, contrariamente a ciò che invece sosteneva Cappato che la povera Noa si sia suicidata e non abbia fruito dell’assistenza del sistema sanitario, perché in ogni caso ha respirato una cultura che non l’ha difesa dalla vertigine dell’autodistruzione;

2) che cade, quindi, anche la tesi abitualmente avanzata, anche da noi, quando si tratta di far approvare norme con una forte valenza etica, secondo cui ne fruirà solo chi vuole, lasciando libero chi non vuole di non fruirne: leggi come quelle sull’eutanasia condizionano tutti;

3) che  c’è una filosofia che sta dietro l’eutanasia, ed è quella, oggi diffusa,  dell’individualismo possessivo, per cui ognuno è proprietario del suo corpo (la categoria dell’avere sostituita a quella dell’essere) e non risponde a nessuno delle sue scelte. Ora, questa filosofia, che ha le sue origini con Locke e che è quella del neocapitalismo, a mio avviso oggi già domina in Italia (sposata, paradossalmente, anche dalla «sinistra», ignara del fatto che Marx la considerava il peggior nemico della sua visione) e produce i suoi frutti perversi nella dissoluzione dei rapporti comunitari. In questo modo nessuno risponde più della vita di nessuno. Ogni uomo è un’isola.

Ci tengo a sottolineare che, a differenza di molti cattolici che oggi  si fermano a difendere la vita quando comincia e quando finisce, io penso che essa sia indisponibile e sacra anche nell’arco intermedio. Vedo che lei denuncia il caso della Sea-Watch e il misconoscimento della vita dei migranti. Almeno su questo sappia che siamo d’accordo. E, se si prenderà la briga di andare sul sito www.tuttavia.eu, su cui scrivo abitualmente, troverà molti miei «chiaroscuri» dedicati a questa problematica. L’ultimo si intitola: «Ai confini dell’umano. Carola/Antigone sfida il potere». Magari questo non lo troverà disgustoso.

«Infastidita, quasi disgustata dall’articolo sulla morte di Noa»
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