Lettere al Direttore
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Dal n. 7 del 15 febbraio 2004

La pace e il cappellano militare

Caro Direttore,
«Vi lascio la mia pace...». Che pace ci ha lasciato Gesù? La pace del cappellano militare padre Mariano Asunis, che parla degli «altri» definendoli «nemici» e afferma con orgoglio che è vestito come i militari che prestano servizio a Nassirya (Iraq) con la tuta da guerra (Toscanaoggi n. 2 dell'11 gennaio 2004); come loro: «se passano nel fango passiamo nel fango anche noi (i due cappellani), se piove siamo sotto la pioggia...», e se sparano, spariamo anche noi? Se uccidono, uccidiamo anche noi?

Io credo che il cappellano «francescano» sia lì proprio come dice: per trasmettere la speranza cristiana, per dare delle risposte cristiane a quelle domande che arrivano dal cuore di quei ragazzi e le risposte non possono essere che di pace!
Inoltre, cosa significa «sono un militare e quindi ho un grado...», come si concilia tutto questo con l'insegnamento di San Francesco? Consiglierei a padre Mariano un «ritiro spirituale» pieno di letture partendo dal vangelo per arrivare agli ultimi scritti di Giovanni Paolo II e per concludere con la lettura della pubblicazione di don Lorenzo Milani «L'obbedienza non è più una virtù». Non vorrei che il cappellano militare si ritrovasse idealmente con i cappellani militari che definirono gli obiettori di coscienza «codardi e non in linea con l'insegnamento della Chiesa».
Elio Olmi
Sesto Fiorentino (Fi)

Le sue obiezioni, caro amico, mi sembra investano l'identità e il ruolo stesso del cappellano militare, oltre che la sua presenza fra i soldati in zone di guerra.
Un cappellano è prima di tutto e soprattutto un prete che, su mandato del Vescovo ordinario militare da cui dipende, sta in mezzo ai giovani, che a vario titolo vivono la vita militare, per assicurare loro «assistenza spirituale», il che oggi vuol dire per lo più proporre in piena libertà un cammino di fede che per tanti è occasione per scoprire il Vangelo, richiedere i sacramenti, crescere nella fede. Per «questo gravoso incarico» servono «sacerdoti idonei», che abbiano cioè una maturità umana e cristiana e una fede autentica che li rende credibili per il loro peso d'essere al di là di ogni grado o inquadratura gerarchica. In ultima analisi, quindi, svolge una pastorale d'ambiente.
Tutto questo si realizza nella concretezza delle situazioni? È difficile dirlo, anche se non mancano esperienze molto positive.
Ed ora il caso specifico. I nostri soldati sono attualmente in Iraq per una missione di pace, ma che può comportare anche l'uso delle armi. La presenza del cappellano militare non può sembrare approvazione della guerra? Padre Mariano Asunis chiarisce: «La nostra presenza qui serve a portare tra i nostri ragazzi la Parola di Gesù, la vicinanza della Chiesa e soprattutto ad aiutarli nei momenti bui, quando nel cuore del ragazzo ci sono tante domande e la persona più indicata per rispondere è proprio il cappellano».
Ma ad evitare ogni possibile equivoco ci aiuta il Papa con il Messaggio ai cappellani militari del 24 marzo 2003. Dopo aver ricordato la negatività della guerra che è del resto oggi «ripudiata dalla coscienza di gran parte dell'umanità, fatta salva la liceità della difesa contro un aggressore», afferma che «essi sono chiamati a testimoniare che perfino in mezzo ai combattimenti più aspri è sempre possibile, e quindi doveroso, rispettare la dignità dell'avversario militare e la dignità indelebile di ogni essere umano coinvolto negli scontri armati». Ed è anche loro compito contribuire ad «un'appropriata educazione del personale militare ai valori che animano il diritto umanitario».
Sono parole molto chiare e vincolanti per tutti.

Italiani in Iraq, parla il cappellano militare

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