Lettere al Direttore
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Perplessità su alcune sentenze: due pesi e due misure?

Un nostro lettore mette a confronto due recenti sentenze della Cassazione: da un lato la condanna a 6 anni e 6 mesi dell'anziano (88 anni) che uccise a Prato la moglie gravemente malata di Alzheimer; dall'altra il proscioglimento dei Carabinieri che fermarono a Firenze Riccardo Magherini.

Percorsi: Firenze - Giustizia - Prato
Giudici della Cassazione (Foto Sir)

Gentile direttore, in questi giorni i supremi giudici della Corte di Cassazione hanno espresso le loro sentenze su due casi tragici avvenuti rispettivamente l’uno a Prato e l’altro a Firenze. Nel primo caso si fa riferimento al gesto estremo di un marito il quale, qualche anno fa, pose fine alle sofferenze della propria moglie, gravemente malata di Alzheimer, sparandole in un letto dell’ospedale di Prato; qui i giudici hanno rigettato il ricorso della difesa confermando la condanna a 6 anni e 6 mesi per omicidio volontario, senza attenuanti.

Non voglio entrare nel merito della questione eutanasia, che si sia d’accordo o meno, ma vorrei evidenziare che, pur condannando il gesto allora attuato dal marito, non mi trova assolutamente d’accordo il fatto che una persona di 88 anni debba trascorrere questa pena in carcere. Semmai sarebbe più opportuno che gli fossero concessi gli arresti domiciliari ma, ripeto, non avrebbe alcun senso la detenzione in un istituto penitenziario, tra l’altro si parla di una persona con problemi di salute. Mi auguro vivamente che, chi di dovere, possa avere un po’ di cuore e trovare la soluzione adatta a questa vicenda.

L’altro caso invece riguarda il caso Magherini; inspiegabilmente, pur con le testimonianze nonché filmati esistenti che provano quanto accaduto quella notte del marzo 2014, i giudici hanno assolto i militari dei Carabinieri coinvolti nella vicenda poiché «il fatto non costituisce reato». E qui si pongono degli interrogativi: i supremi giudici che peso hanno dato alle due vicende? Da una parte si condanna un «povero uomo» alla pena del carcere per aver posto fine alle sofferenze della moglie senza tenere conto, eventualmente, di quanto anch’esso possa avere e tutt’ora soffra. Dall’altro invece, pur nella evidenza dei fatti, pur essendo stati condannati in due gradi di giudizio, si ribalta completamente lo scenario andando a discolpare l’operato di chi invece di abusare del proprio ruolo, dovrebbe tutelare nonchè difendere la vita altrui (vedi altri casi: Cucchi, Aldrovandi, Uva solo per citarne alcuni). Due pesi e due misure mi verrebbe da dire! Sentenze discutibilissime al quale vorrei tanto chiedere il perché ai signori giudici della Cassazione.

Giovanni Frosali
Prato

Caro Frosali, mettiamo da parte, come dice lei, la questione eutanasia, anche perché a mio giudizio non è mai ammissibile che si possa uccidere qualcuno. Noi non siamo padroni della vita, né della nostra, né di quella degli altri. Chi uccide, anche se pensa di farlo a fin di bene, è e resta un assassino. Detto questo, posso concordare con lei che ci voglia attenzione nei confronti di un omicida di 88 anni con problemi di salute. E credo anche, per quanto ne so, che difficilmente sconterà la pena in carcere. Ben diverso l’altro caso, quello dell’assoluzione perché «il fatto non costituisce reato» dei tre carabinieri ritenuti corresponsabili in primo grado e in appello della morte di Riccardo Magherini.

Premesso che si debba avere fiducia nella giustizia (lo si dice sempre), quella sentenza della Cassazione (quindi definitiva) lascia perplessi. Magherini, come si ricorderà, morì a Firenze nella notte del 3 marzo 2014 dopo essere stato bloccato dai carabinieri perché sotto l’effetto della droga dava in escandescenze per le strade di San Frediano. Una volta ammanettato, fu tenuto con forza a terra a pancia in giù con le mani dietro la schiena nonostante le grida di sofferenza e la richiesta di aiuto. Si può anche ammettere che i tre carabinieri coinvolti nella vicenda non abbiano capito le reali condizioni dell’arrestato, anche se le urla, di cui abbiamo sentito tante volte la registrazione, erano laceranti. Di sicuro una volta ammanettato non era più necessario tenerlo in quelle condizioni. Questo è il vero problema: capire cosa esattamente sia successo in quella dozzina di minuti passati tra l’arresto e l’arrivo dell’ambulanza. Ma quello che lascia più sconcertati è che alla famiglia, che ha avuto il drammatico lutto, siano state imposte le spese processuali. Un fatto che si commenta da solo.

Andrea Fagioli

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