Lettere al Direttore
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Salvini, il Rosario e la Madonna: gesti e parole che sconcertano

Ha fatto molto discutere il comizio milanese di Matteo Salvini, conclusosi con il Rosario mostrato alla folla e l'evocazione della vittoria elettorale grazie al «Cuore immacolato di Maria» a cui si sarebbe affidato. Pubblichiamo due prese di posizione in merito da importanti realtà del mondo cattolico toscano.

Percorsi: Matteo Salvini - Politica
Matteo Salvini mentre mostra il Rosario durante il comizio a Milano

Il vicepresidente del Consiglio dei ministri, ministro degli Interni e capo della Lega è tornato a brandire simboli della fede cattolica in piazza Duomo a Milano. Al di là dei contenuti della linea politica incarnata da Matteo Salvini, questo utilizzo di aspetti e immagini evocativi per tanti credenti della pratica quotidiana della fede denuncia una pericolosa deriva su un duplice piano. Sul terreno della politica rappresenta la certificazione di una incapacità di vivere l’impegno pubblico nella sua laicità, nel suo essere cioè tutto legato alla storia e alla dimensione del mondo che chiede di essere governata in ragione di quei principi di giustizia, libertà e fraternità che fanno parte della coscienza morale di ogni essere umano in quanto tale. Ricorrere al rosario o evocare la benedizione della Vergine come strumenti di costruzione del consenso o peggio ancora di legittimazione di una determinata politica rivela una fragilità strutturale di cultura politica e di intelligenza delle cose. È il vuoto di idee e di visione che spinge a cercare qualche appiglio e si crede di poter compensare una simile povertà intellettuale appropriandosi di simboli di cui si ignora il senso profondo, il contenuto di fede che essi dovrebbero veicolare.

Sul terreno della fede e della vita cristiana questo gesto rivela la presenza di una pericolosa deriva che purtroppo affascina anche alcuni cristiani. La tentazione di pensare il cristianesimo come un insieme di principi morali da difendere attraverso un patto con chi dichiara di voler preservare la nostra identità culturale serpeggia dentro la Chiesa. Si confonde la fede e il suo contenuto con un’etica, nella quale non c’è più spazio per quel mistero della resurrezione che apre al trascendente, relativizza ogni cultura, ogni struttura e ogni politica e mette il mondo di fronte ai suoi limiti e alle sue ferite.

Il cristianesimo non è riducibile ad un insieme di principi morali disincarnati dalla storia e dalla vita, non è riducibile a immagini o simboli svuotati di quel richiamo all’amore che è il cuore dell’essere cristiano. Quello a cui si è assistito in piazza Duomo a Milano è un gesto pelagiano, che pretende di sovrapporre la fede in Cristo con il passaporto di un paese: una cosa, questa, del tutto inaccettabile per la coscienza credente.

Giovanni Pieroni, delegato regionale di Azione cattolica per la Toscana
Gaetano Mercuri, Fuci diocesana Firenze
Riccardo Saccenti, delegato regionale del Meic per la Toscana

Non pronunziare il nome del Signore Dio tuo invano. Invano è pronunciare il nome di Dio tutte volte che a Lui ci si riferisce per perseguire un secondo fine e quando il suo uso diventa funzionale all’invettiva, in particolare quella politica, come sta sempre più proponendosi nelle piazze d’Italia in questi ultimi scorci pre-elettorali. In quei comizi pubblici in cui si vorrebbe accattivarsi le simpatie dell’elettorato cattolico, sciorinando litanie di santi e invocando benedizioni, non solo si fa offesa alla fede praticata nel silenzio da parte di molti cristiani, ma si fa anche un cattivo servizio alla pratica politica, ridicolizzandola.

Cercare la protezione politica invocando Maria o i Santi della Chiesa, suona di sacrilego. Il Concilio Vaticano II ci ha insegnato quell’autonomia delle realtà temporali, anche di ordine politico e sociale, la cui sacralizzazione e la cui liturgizzazione puzzano di blasfemo. Se si vuole raggiungere l’efficacia della propaganda politica facendo leva sul sentimento religioso delle persone o facendo assurgere a categoria del religioso visioni del mondo, degli uomini e della convivenza civile che sono invece in palese contrasto col messaggio evangelico, si sta compiendo una vera e propria operazione di svuotamento del linguaggio e dei simboli della fede. Se la religione diventa ideologia, ecco che la fede pronunciata - invano - pubblicamente, si separa dalla carità praticata. Così non devono sorprendere sia le critiche che sono state rivolte al cardinale Konrad Krajewski per il suo recente gesto di umanità e di carità, sia l’ostinata ostilità verso le navi delle Ong che salvano naufraghi nel Mediterraneo.

Il fariseismo o l’ipocrisia leguleia scende in campo contro chi pratica l’aiuto per il prossimo, proprio perché si vuole portare la dimensione di fede e l’istanza religiosa a livello dello scontro ideologico. La storia, anche recente,  ha già dimostrato i danni di una tale piega politica. I militari carnefici della dittatura in Argentina erano fedeli, fedelissimi cattolici, in cui l’essere cattolici, però, diventava clava, purga, tortura per chi sosteneva un’altra ideologia. E così si possono richiamare alla memoria le lotte in Irlanda del Nord. Tutto questo non è cattolicesimo politico o pensiero cattolico in politica. È un’altra cosa. Il leader politico che fa uso di simboli religiosi per fondare il proprio carisma comunicativo, non solo svilisce la politica intesa come dialettica, ma esaspera i punti di vista aizzando i prodromi per un conflitto sociale non democratico. Mai come in questo caso le forme del comunicare mettono in evidenza la sostanza, il contenuto del messaggio politico.

Lorenzo Orioli
associazione Nuova Camaldoli

Alle vostre considerazioni, cari amici, aggiungo (come dato di cronaca, ma non solo) i fischi che in piazza a Milano si sono sentiti contro Papa Francesco, oltre alle esternazioni di Salvini. Tanto da spingere a prese di posizione autorevoli come quella del cardinale Pietro Parolin, segretario di stato vaticano, che ha messo in guardia dal pericolo di invocare Dio per se stessi. Oppure del direttore della Civiltà cattolica, padre Antonio Spadaro: «Rosari e crocifissi – ha scritto – sono usati come segni dal valore politico, ma in maniera inversa rispetto al passato: se prima si dava a Dio quel che invece sarebbe stato bene restasse nelle mani di Cesare, adesso è Cesare a impugnare e brandire quello che è di Dio». Avvenire ha ribadito che «col rosario si prega, non si fanno comizi». Ancora più esplicito padre Bernardo Gianni, abate di San Miniato al Monte, in un’intervista al Sir: «È una sconcezza. Irrispettosa verso la fede». Mentre Famiglia cristiana si è spinta oltre parlando di «sovranismo feticista». Credo non ci sia altro da aggiungere, ma solo da condividere.

Andrea Fagioli

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