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«Appuntamento al buio», un reality per «guardoni»

Parole chiave: tv (241)

di Mauro Banchini

Quando l'ho vista, ho capito che per lei non c'era storia. 26 anni: naso acuto, stile da «una di quelle». Troppo fico il coetaneo Francesco per reggere l'impatto visivo e per farlo al di là delle sonore «tastatone» che i due, al buio, s'eran dati poco prima nella camera buia di Appuntamento al buio.

Alla luce, il naso di Elisabetta è ancora più acuto e l'aspetto da «nave-scuola» si conferma implacabile: e mentre lei, fremente, lo aspetta sul balcone, col cavolo che lui ci sta. Fugge a piedi, nel viale, con tanto di valigia lasciandola a lamentarsi perché «quando uno guarda l'aspetto esteriore vuol dire che allora è superficiale».

Fra Betta e Cecco, insomma, la luce naturale «dell'Angelica» (una villona alla periferia di Roma, dov'è ambientato il programmaccio sul digitale terrestre di «Cielo») non ha portato fortuna. E dire che, nella prima parte, quando stavano chiusi al buio, sembrava fossero molto uniti. Anzi attaccati.

Ai miei tempi una cosa del genere aveva un nome tecnico («pomiciata») che forse adesso si chiama in altro modo. Prima di attaccarsi, lui le regala un «portafortuna» sussurrando qualcosa di tenero in quello che, al buio, poteva parere un orecchio e che invece è un'altra parte, assai più bassa e soprattutto posteriore, del corpo nasuto. Betta ricambia («La mia fortuna l'ho avuta conoscendo te») con una tastata sul di lui davanti. E Cecco chiude con un «che bella cosa mi hai detto», rizonfando sul corpaccione fasciato. Stavolta sul davanti superiore, decisamente prospero ma di una naturalità assai sospetta.

Il programma ti fa sentire fantozzianamente guardone. Nella dark room della villa, si trovano tre giovani coppie. Si scelgono, senza mai vedersi, per incontrarsi «in una sorta di camera oscura». Qui dovranno «allacciare amicizia» per «valutare poi la possibilità di potersi innamorare».

Io, che faccio parte della categoria dei sempre sospettosi e comunque dietrologi, ci credo il giusto. Il «reality» ha tutte le carte per puzzare tarocco lontano un miglio. Fra i casi magnificati anche la storia fra una venticinquenne «ancora vergine» e un «ex chierichetto che crede ancora all'amore platonico». Non so come sia andata a finire fra i due tapini, ma prendo atto che sul sito web c'è chi lascia messaggi da bacio-perugina ammuffito («L'amore è una lacrima sul cuscino vuoto»).

Alle altre due coppie va meglio. Massimo e Valentina (lei microgonna che si vede proprio tutto; lui burino e con la camiciona fuori da pantaloni stretti) finiscono subito sdraiati sul divano a spalmarsi di «latte condensato» per poi.... Con qualche migliaio di altri guardoni fantozziani intuiamo il significato strategico della camiciona che copre i pantaloni. Ho l'impressione che Valentina si sia rifatta parecchie cose: di certo le labbrone, in stile canotto da Protezione Civile.

Si passa a Dino e Georgette. Qualche secondo di intenso trasporto lirico («Vorrei guardarti negli occhi … Anch'io cara») e subito sul divano con un fondo di musica che smuoverebbe pure Tutankamen. Dino racconta di essersi innamorato e confessa di pensare a «metter su famiglia» con la canottata, di labbra, Giorgette. In un minuto scarso di buio assoluto fanno tutto ciò che vi immaginate. Tranne l'atto estremo, momentaneamente rimandato (o forse già consumato prima). Arriva il «fiat lux» finale: si vedono per ciò che sono. Si capisce che per questi quattro andrà alla grande.

Giorgette aspetta sul balcone. Qualche minuto di autentica (sic) suspance e Dino alza la maniglia (della porta) per apparire alla luce del tramonto. Si baciano teneri e scendono. Nel viale alberato li aspetta un'auto blu. Trasportati da vero amore, in fondo (come sempre si fa, in ogni bar, quando si cerca la toilette) svoltano a destra.

È il turno di Valentina. Si abbraccia con Massimo che la prende in braccio per scaraventarla sull'auto. Pure loro, alla ricerca del cesso, in fondo girano a destra. Al ritmo di Close to you cantata, in anni lontani, perfino dal mitico Frank (Sinatra).

C'è un dettaglio che non ho detto, ma che certo avrete capito. Chiusi nella stanza oscura loro non si vedono, ma noi – grazie a telecamere che bucano l'oscurità – vediamo tutto alla grande, sia pure in bianco e nero.

«Essere saggi – declina «Nene» sul sito web del programma – non significa non sdrucciolare, ma risollevarsi subito dopo ogni caduta». Commoventi parole, ma dopo un programma come questo, e cadute come queste, chi si solleva è davvero bravo. Molto meglio sdrucciolare.

«Appuntamento al buio», un reality per «guardoni»
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