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Il Giro d'Italia, un sacco bello soprattutto visto in tv!

Parole chiave: tv (241), sport (109), ciclismo (32)

Di Mauro Banchini

A me il «Giro d'Italia» piace un sacco. Soprattutto vederlo in tv. Non mi è chiaro perché: ignoro le tecniche di uno sport che so essere falsato dal doping, ignoro i motivi per cui si debbano svolgere tre tappe iniziali nel freddo della Danimarca (presumo siano legati a Legoland, non certo ad Andersen) ignoro le cronache sportive. Eppure sento il fascino di una corsa quest'anno arrivata al numero 95 e quando posso – in attesa di coronare il sogno: vedere dal vivo un tappone dolomitico – sto davanti alla televisione, in poltrona, cercando di convincermi che ciò che vedo sia autentico, pulito, non inquinato. Mi piace ascoltare i commenti, spesso inutili, dei telecronisti. Mi piace vedere il paesaggio: dal basso delle moto all'alto degli elicotteri.

Domenica scorsa, però, me n'ero scordato e sono arrivato qualche minuto dopo la conclusione della tappa vinta dal quarratino Mark Cavendish con un altro quarratino (Taylor Phinney) in maglia rosa. Non che siano nati nella città cosiddetta del mobile, ma – ignoro perché – vivono entrambi in questa terra a elevata concentrazione di campioni nel ciclismo.

Riesco a vedere la ripetizione dell'arrivo in volata. Capisco che a 500 metri c'è stata una caduta. Gli ottimi telecronisti, forse perché non sono stati loro a cadere, la definiscono «spettacolare»: il corridore che a primo udito mi sembra chiamarsi «Bossi» (in realtà si chiama Matt Goss, è australiano ma pure lui deve essere «duro») ha innescato la caduta, fatto cadere altri quattro, non è caduto, è arrivato terzo.

Fra i tanti misteri del ciclismo, uno riguarda proprio le cadute: se io cascassi dalla bicicletta le uniche volte che ci giro sopra (nella Versilia estiva per l'arduo tappone «albergo/spiaggia/gelateria/albergo». Performance elevatissime: una volta toccai i 10 km orari) mi dovrebbero ricoverare per qualche mese con ferite in tutto il corpo. Non capisco come facciano questi a cadere, in discesa pure sui 100 all'ora, per poi rialzarsi subito con una scrollatina e uno sguardo compassionevole verso gente come me.

Così come non mi è chiaro come sia possibile pedalare per 6/7 ore con medie da automobilista ignaro degli autovelox e, arrivati al traguardo, fare ragionamenti raffinatissimi senza neppure un minimo «fiatone». E il sudore? Dov'è il sudore?

In ogni caso il ciclismo a tappe, in particolare «Giro» e «Tour», cerco di non farmelo sfuggire. E sento anche pathos, come tutti della mia età, per il mitico «Processo». Sul traguardo di Horsens dev'esserci freddino visto come tutti sono coperti. La mitica Alessandra Di Stefano, che fino a qualche anno fa la mandavano a bloccare i corridori appena arrivati e non doveva essere piacevole inseguirli fino al test antidoping che se ho capito bene si fa sul vasino della pipì, adesso guida il «Processo»: insieme ad altri giornalisti e ciclisti non fanno altro che elogiare «la freddezza e la lucidità» di Cavendish che, nel frattempo, è sbaciucchiato per contratto dalle solite bellezze e ricambia (chissà con quale sincera ma trattenuta reazione) inondandole di spruzzi spumanteschi.

Mi chiedo – fra le tante cose che mi chiedo – perché chi vince debba sempre fare 'sta sceneggiata con il bottiglione di (immagino pessimo) spumantaccio spruzzato sui poveracci che stanno sotto. In studio c'è pure Connie: la mamma, americana, di Taylor. Si commuove e si becca in regalo, dalla Alessandra, una tortaccia assai poco invitante e, presumo, subito finita nel cassonetto dell'umido (ammesso che in Danimarca la raccolta differenziata la facciano come noi).

Taylor ci informa di essere «molto felice» per la maglia rosa. Mark aggiunge di esserlo anche lui («molto felice») per una maglia rossa di cui ignoro il significato. Il principe Federico (in Danimarca hanno pure il principe Federico) ci informa di essere pure lui «molto felice». Rivediamo subito dopo Taylor con un'altra maglia, stavolta bianca, confessare di essere «molto felice» pure per la maglia bianca.

Taylor saluta «molto felice» mamma Connie. Sempre «molto felice», Mark saluta la figlia Dalila. Federico, il principe, manca poco che saluti (pure lui «molto felice», ci mancherebbe) «la dolce fanciulla birmana» – in realtà è australiana, ma chi se ne importa? – con cui il cronista di turno ci dice che «sua altezza» è sposato.

Un altro cronista mette il microfono sotto la bocca di Michele Scarponi e gli azzarda che le sue condizioni (quelle di Scarponi) a lui non sembrano «le migliori» per poi aggiungere la domanda («Come ti stai gestendo?») su cui il bravo Scarponi evita un comprensibilissimo vaffa per rispondere, pure lui, di essere «molto felice».

Domani ancora una tappa danese. Poi tutti in Italia, sperando nel caldo. Forte la copertura Rai con almeno quattro contenitori che ci accompagneranno per tutto maggio: «Si gira», «Anteprima del Giro», «Giro in diretta», «Processo alla tappa». Aspettando le tappe toscane. Ma, soprattutto, aspettando le tappe dolomitiche: quelle che io, regolarmente, mi rifaccio l'estate dopo. Faticando, spericolato, sui pedali della Ford Focus.

Il Giro d'Italia, un sacco bello soprattutto visto in tv!
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