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Innamorato alla follia di Licia e della natura

Parole chiave: tv (241)

di Mauro Banchini

L'ammetto: sono innamorato, alla follia, di Licia Colò.

Ho piena consapevolezza di quanto la percentuale di realizzabilità del mio unico sogno (fuggire con lei «sulle spiagge del misterioso Messico») sia decisamente bassina (diciamo quei trenta cm che misura il lago, salato, in un parco nazionale del Madagascar dove sostano sempre i fenicotteri), ma i sogni son sempre sogni e, quando posso, i programmi della bionda Licia li guardo sempre.

Domenica scorsa mi sono gustato la parte finale delle «falde» (quelle del Kilimangiaro), maledicendomi perché mi ero scordato che un tristissimo pomeriggio (di nuvoloni e piogge in un'Italia ferita a morte da chi ama troppo il cemento e troppo poco la natura) avrebbe potuto essere rallegrata dagli occhi, dal sorriso, dalla personalità di Licia. Che oltretutto ha un cognome dall'immediato rimando, per me che son nato a pochi km da dove riposa il «falco di Oslo»: uno fra i più grandi campioni di quando lo sport era pulito.

Arrivo, su Rai3, che è in pieno svolgimento il solito giochetto che, se io potessi, li abolirei tutti i giochetti televisivi tanto mi deprimono. Anna da Salerno, collegata per telefono, sta cercando di collocare la «casella Madagascar» su un planisfero diviso in tessere numerate. Una sorta di battaglia navale con premi in denaro «sostenibili»: al massimo si possono vincere cinquemila euro, una bazzecola se confrontati con le vagonate di euri in altri programmetti oltretutto non dotati degli occhi «liciani». La signora vince. Con tanto di gridolini. Si becca tremila euro. E Licia può lanciare il servizio sul Madagascar.

Oltre che amare Licia, io sono un patito di questi spazi sulla natura. Problema forse ereditario perché ricordo sempre come al mi' povero babbo piacessero tanto i documentari sugli animali. E quelli di «Kilimangiaro» (il giochino di cui sopra si intitola «Kili … trova») sono, oltretutto, documentari lanciati dalla Colò. Dunque, per definizione, i migliori al mondo.

Dall'alto della mia ultradecennale esperienza mi permetto un piccolo consiglio, generale: rendete meno trionfalistici i «parlati» visto che le immagini parlano già da sole; togliete quelle valanghe di aggettivi; riducete le enfasi retoriche. Che bisogno c'è, inquadrando milioni di inquietanti cavallette a giro per i cieli del Madagascar, romperci gli zibidei con concetti tipo «pioggia argentea» o «coriandoli danzanti»? E perché, portandoci in casa gli enormi baobab, dovendo far presente che sono alberi antichi (fino a 2.500 anni !), dovete ricordarci che «le nostre vite sono come un alito di vento per questi patriarchi»? Per non parlare dei «fertili» altopiani, delle acque «limpide», della spiaggia «finissima» o del camaleonte «lento e preciso».

Forse turbato dagli occhi di Licia, l'autore dei testi ci regala anche una strabica considerazione su alcuni uccelli: li definisce «solitari» ma aggiunge che «generalmente si spostano a coppie». Immagino le pernacchie di questi uccelli quando, col satellitare dal Madagascar, si rivedranno raccontati in questo modo.

Mentre «il viaggio si fa duro anche per il nostro fuoristrada» ecco le tartarughe, i cactus, i lemuri, le grotte con i pesciolini preistorici, i fenicotteri, le spine più grosse al mondo, la duna lunga 90 chilometri.

Finisce il servizio sul Madagascar («Un'arca di Noè alla deriva nell'Oceano Indiano» è l'implacabile commento) e finalmente torna lei, Licia. La puntata finisce con le galline. Licia aggeggia su un foglio A4: negli allevamenti da batteria – ecco il punto – ogni gallina ovaiola ha uno spazio non più grande di tre quarti di un foglio A4. Una Licia intristita chiede se la gallina «sarà felice di vivere tutta la sua vita in queste condizioni».

Il problema riguarda almeno 400 milioni di galline europee, ma c'è una buona notizia: dal primo gennaio 2012, presumo per risoluzione UE, le gabbie degli allevamenti saranno più grandi, ci dovrà essere pure una «lettiera» e loro («macchine animali») potranno finalmente muoversi e aprire un po' anche le ali.

Con sguardo implorante («Perché non dobbiamo avere un po' di pietà per chi ci dà le uova?») Licia lancia l'alternativa: gli allevamenti biologici. Alle immagini il compito di mostrarci la differenza: da un lato la costrizione delle «batterie», dall'altro la libertà del «razzolare all'aperto». Se la gallina in batteria non vive più di 14 mesi, quella «bio» campa fino a 5 anni e «un animale felice è certo migliore».

Facendo aumentare ancora di più il mio innamoramento, Licia dà pure un consiglio su come riconoscere un uovo biologico. Sopra deve esserci stampigliato uno «zero». Possono però esserci anche altri numeri: 1 e 2 significa che le galline sono comunque allevate all'aperto o a terra; ma 3 è la prova che l'uovo viene da un animale costretto in batteria. Noi, innamorati di Licia, non abbiamo dubbi: da ora in poi solo uova targate zero.

Innamorato alla follia di Licia e della natura
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